Cattedrale di S. Maria Assunta, Acqui Terme 12 luglio 2026
RIFERIMENTI BIBLICI:
Prima Lettura: Sir 44, 16-17.19-
20.23; 45, 1-4.15-16
Salmo responsoriale: Sal 36
Seconda lettura: Cor 9, 6-10
Vangelo: Lc 14,25-33
[Testo trascritto dalla registrazione audio]
San Luca scrive il suo Vangelo più o meno intorno agli anni 80, cioè cinquant’anni dopo la passione, la
morte e la risurrezione di Gesù, in un tempo in cui le fila dei cristiani si fanno più fitte, ma in un tempo in cui
molti, che aderiscono velocemente alla sequela del Signore, altrettanto velocemente lasciano e tornano
indietro. Ed è in questo preciso contesto che Luca ricorda un atteggiamento altrettanto preciso di Gesù e
delle sue parole nitide, chiare, inequivocabili. «In quel tempo» – dice e ricorda Luca – «siccome una folla
numerosa andava con lui, Gesù si voltò» per dire le parole che abbiamo sentito.
Gesù sembra sconcertato, per certi aspetti persino impaurito dal fatto che ci sia una folla troppo numerosa
che si mette alla sua sequela. Il timore – dalle sue parole evidente – è quello che la gente equivochi che cosa
significa essere suo discepolo; il timore è che non si prenda in seria considerazione la sequela del Crocifisso
risorto. Potremmo dire una preoccupazione quasi antitetica a quella che contraddistingue noi, che siamo
sempre abituati a contarci e a contare quanti siamo. Vedendo che c’è una folla numerosa, Gesù si volta per
dire: chi è il discepolo, chi può essere autenticamente discepolo del Crocifisso risorto? Colui che non ama il
padre, la madre, la moglie, il marito, i figli… più del Signore Gesù, cioè colui che è capace di vivere le relazioni
tutte nella relazione dell’unico necessario, Cristo. Se uno non fa questo, non può essere discepolo del Signore.
Chi può essere discepolo del Crocifisso risorto? Colui che «porta la propria croce». La metafora che Gesù
assume è quella dei condannati al supplizio più drammatico, più tragico al suo tempo – quello della
crocifissione -, che dovevano portarsi dietro anche il legno su cui venivano appesi. È una metafora che dice
che può essere discepolo del Signore autenticamente soltanto chi accetta le conseguenze di questo
discepolato. Le conseguenze possono essere il rifiuto degli altri, possono essere l’indifferenza, possono essere
il male che si accanisce – come è successo con Gesù – a chi vive come Lui la vita in un amore disinteressato,
totalmente gratuito.
Chi può essere discepolo del Crocifisso risorto? Colui che rinuncia a tutti i suoi averi, cioè colui che è capace
di fare il vuoto dentro di sé perché a riempire quel vuoto sia soltanto la presenza del Risorto; colui che non
cerca nessuna assicurazione sulla vita, perché si fida unicamente del Crocifisso risorto.
E, infine, chi può essere discepolo del Signore? Colui che non si ferma al sentimento di un istante, del
momento in cui si mette sulla strada di Cristo, come fa chi si mette a costruire una torre pensando di poter
fare tutto e non ha i mezzi per portarla alla fine; ma chi calcola che questa sequela non è fatto di un momento,
di un istante, ma è fatto di una vita. Non si tratta semplicemente di mettersi alla sequela del Signore, ma di
rimanere per tutta l’esistenza, fino al nostro ultimo respiro, discepoli del Signore.
Mi pare una pagina che continua ad essere illuminante e addirittura sferzante anche oggi, anche nel
momento in cui celebriamo la festa di San Guido, perché lui, come tutti i santi, è stato autenticamente santo
semplicemente per questo: perché ha voluto essere discepolo del Signore, ha sentito il desiderio di essere
suo discepolo, ha sentito che soltanto in quella sequela c’era il segreto della felicità, della gioia, della pace
più autentica.
E noi rileggiamo questa pagina per dirci che siamo davvero discepole e discepoli di Cristo se continuiamo
a far crescere dentro di noi il desiderio della pace, della serenità, della felicità che ci dà soltanto l’essere suoi,
l’essere con Lui. Se lo facciamo, allora accettiamo anche e percepiamo anche la gioia dell’ascesi che Gesù
propone ai suoi discepoli. Se percepiamo in tutta la sua bellezza, almeno una volta nella vita, il desiderio di
appartenere a Cristo, la gioia di essere suoi, la pace che ci viene nell’essere soltanto suoi, allora sappiamo
benissimo che c’è un’ascesi gioiosa nel vivere le nostre relazioni non come se fossero semplicemente nostre,
ma delle relazioni in cui al centro c’è sempre Lui, l’unico necessario. La relazione con i nostri genitori, quella
con la moglie, con il marito, con i figli, con i confratelli, con i parrocchiani… queste sono relazioni vere, delle
relazioni che rimangono, sono il segno di un amore che è autentico, ad un’unica condizione: che insieme ai
miei genitori, ai miei figli, a mio marito, a mia moglie, ai miei parrocchiani, alle mie consorelle, ai miei
confratelli… ci sia il Risorto. Se non c’è Lui, non c’è possibilità di vivere in pienezza anche le relazioni più belle
della vita.
Se sentiamo ancora una volta il desiderio di appartenere a Lui, di trovare pace in Lui, allora sappiamo che
la sua sequela rimarrà tale anche quando produrrà per noi il rifiuto, l’indifferenza; anche quando rispetto al
bene che tentiamo di compiere – ad esempio di Cristo – riceviamo il male. Se sentiamo ancora il desiderio
autentico di essere suoi, allora percepiamo la gioiosa ascesi che c’è nell’essere distaccati da tutto, perché
niente può riempire la nostra vita, perché nulla può diventare un’assicurazione alla nostra vita: soltanto
Cristo.
E, soprattutto, se ancora abbiamo il desiderio di appartenere a Lui e sentiamo che soltanto lì c’è la pace
dei nostri cuori, allora diventiamo capaci di quella sovrana libertà che fu di Cristo, la libertà di guardare coloro
che incontriamo sulla strada, che desideriamo diventino discepoli del Signore come noi, ma a una condizione:
che lo facciano davvero, che non lo facciano soltanto in modo formale, che il sì che dicono all’inizio non sia
fatto di sentimento immediato, ma sia un sì che si prolunga per tutta la nostra esistenza.
È il dono di questa libertà che possiamo chiedere, per intercessione di San Guido, per noi e per tutti coloro
a cui ci è data la grazia di annunciare il Vangelo di Cristo.
[trascrizione a cura di
