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XXX domenica T.O. – Anno A (prof. Marco Forin)

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“Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. (Mt 22,36).
La pratica religiosa comporta per se stessa una serie di operazioni, più o
meno abitudinarie, che vengono compiute quasi in automatico. Come il
bimbo che impara a leggere, fin dalla nostra infanzia abbiamo conosciuto il
cristianesimo, la pratica dei sacramenti, la buona religione. Ecco che poco
alla volta la preghiera, le celebrazioni, il volontariato in parrocchia, sono
divenute pratiche alle quali ci siamo abituati e che spesso facciamo senza
pensare: sono diventate una nostra consuetudine. Me saremmo ancora in
grado di riconoscere quale è stato il momento in cui è scattata la scintilla, il
momento preciso in cui ci siamo detti “sì, io credo!”? E saremmo in grado di
riassumere in poche parole qual è il cuore, il centro fondante della nostra
fede? Può anche essere che sia passato un po’ di tempo dall’ultima volta che
siamo andati a riscoprire queste radici; per fortuna il vangelo di oggi ci
richiama all’essenzialità della fede cristiana.
La domanda posta a Gesù da un dottore della legge è legata al fatto che i
precetti cui gli ebrei osservanti sono obbligati a sottostare sono moltissimi:
oltre seicento, suddivisi tra divieti e obblighi. In mezzo a un coacervo di leggi
così variegato è difficile districarsi; la domanda posta a Gesù dal dottore della
legge per coglierlo in fallo è subdola: come si può dire che ci siano leggi più
o meno importanti e sulla base di quale criterio? Gesù non ha problemi ad
individuare il cuore della rivelazione biblica in due precetti che riassumono
emblematicamente tutti gli altri: l’amore per Dio sopra ogni altra cosa e
l’amore per il prossimo come per se stessi. Di fronte ad una così illuminata
sintesi della fede ebraica, il dottore della legge non può controbattere: Gesù
ha individuato in poche parole gli elementi essenziali dell’intera esperienza
religiosa di Israele.
Una delle molteplici strade percorribili per rivalutare la nostra fede consiste
nel tornare a ripercorrere le tappe che nella nostra vita ci hanno portato ad
incontrare Dio. Come il popolo ebraico nella celebrazione delle sue feste più
importanti deve continuare a fare memoria viva della sua storia, così il
credente può ritornare a fare memoria viva dell’incontro con Dio che ci ha
generati alla fede. L’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono la chiave di
volta del vivere da cristiani, il cuore etico del nostro agire, l’essenza della
nostra fede in Gesù Cristo; tornare a riscoprirle può rinvigorire il nostro
cammino di crescita.

Per la preghiera e la riflessione
Individuo con chiarezza il cuore della mia fede e gli elementi più importanti
della mia fede cristiana.
Chiedo allo Spirito il dono del discernimento per non cadere nella tentazione
di aggrapparmi ad abitudini futili a discapito delle cose più importanti.

Incontri del Clero diocesano

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Questa mattina, nel salone San Guido di piazza Duomo ad Acqui Terme, si è svolto il primo degli incontri per il clero del nuovo anno pastorale. Relatore il canonico Paolo Tomatis, docente presso la Facoltà Teologica di Torino che ha illustrato ai sacerdoti la nuova edizione italiana del Messale Romano. Quello di oggi è stato il primo di cinque incontri che si svolgeranno durante l’anno e che riguarderanno temi relativi al Sacramento dell’Eucaristia.
L’intero corso è finanziato con fondi diocesani 8 per mille.

Da “IL SECOLO XIX” del 18/10/2020 -Fondo San Guido

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Ventuno persone di Ovada hanno ricevuto 35.600 euro, ad undici abitanti dei paesi limitrofi sono andati 18 mila euro e 25.100 euro a 16 abitanti della Valle Stura: tutti, prima del Covid, non avevano mai avuto difficoltà economiche. Il fondo di solidarietà San Guido per l’emergenza coronavirus si rivolge a chiunque si trovi in difficoltà economica a causa della pandemia. L’aiuto è finanziato dal contributo straordinario della Cei con l’8 per mille alla diocesi di Acqui. Nei giorni scorsi i referenti della parrocchia di Ovada, che da aprile fanno colloqui in città e nei Comuni della diocesi fino a Rossiglione, Masone e Tiglieto, si sono riuniti in via Buffa nel salone della Famiglia Cristiana per fare il punto sull’attività da maggio a oggi.

«In sinergia con il vescovo Luigi Testore l’obiettivo è non far mancare a chi ha perso il lavoro e non ha riserve uno stipendio minimo, individuato in 600 euro al mese per tre mesi, oppure in un’unica soluzione, agendo sempre in base alle singole necessità», spiega il parroco Maurizio Benzi. «I colloqui sono sempre privati e riservati, anche in trasferta per andare incontro a chi è in difficoltà», spiega la referente ovadese Marisa Mazzarello. Le bollette e l’affitto da pagare sono il problema nel problema, chi chiede ascolto domanda lavoro, nel frattempo serve aiuto immediato per mantenere un tetto sulla testa e tutelare la famiglia. Hanno incontrato lavoratori edili, operai, badanti, titolari di esercizi, agenti di commercio, gestori di agriturismi e piccoli imprenditori. Il fondo aiuta chi ha un lavoro regolare ma anche chi ha perso occupazioni saltuarie, non fa differenze fra devoti e laici, né fra confessioni religiose.

«Su 48 residenti aiutati dal Fondo, 30 sono di nazionalità italiana e 18 originari di altri Paesi», dice Mazzarello. Il fondo dà e riceve, può essere incrementato con offerte sul conto corrente (IT21B0311147940000000000113), intestato a Diocesi di Acqui: 163 le famiglie aiutate al 30 settembre per un totale di 239900 euro di aiuti erogati. Scopo della riunione a Ovada è avvicinare i nuovi poveri. «Le persone che restano senza lavoro e non hanno riserve sono disorientate, perché non sono abituate a chiedere, oltre al sostegno economico hanno bisogno anche di ascolto e indicazioni pratiche sui passi da fare, ad esempio per iscriversi all’ufficio del lavoro. Il denaro al posto dei buoni acquisto, oppure il bonifico di 1800 euro subito anziché in tre mesi in alcuni casi sono valsi la spinta in più, hanno dato l’iniezione di fiducia necessaria per ripartire», spiegano don Benzi e Mazzarello.

“Ripartire insieme”, è un’altra iniziativa di solidarietà della Caritas, che con il contributo di 10 mila euro di CrAsti – in collaborazione con San Vincenzo, Movimento per la vita e Consorzio Servizi Sociali – sostiene gli acquisti scolastici, distribuendo contributi di 50 euro alle famiglie in difficoltà per gli acquisti scolastici. Salgono a 54 le famiglie che ogni settimana si recano al centro ascolto della Caritas in via Santa Teresa per ritirare il pacco alimentare. «A causa del Covid una distribuzione invece di due, solo il sabato mattina al banco posizionato all’esterno. Sempre più persone ci chiedono anche medicinali e il pagamento delle scadenze», spiega la responsabile Gabirella Dagnino.

XXIX domenica T.O. – Anno A (prof. Marco Forin)

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«E’ lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». (Mt 22,17).
Il popolo ebraico nella sua lunga esistenza è spesso vissuto in condizioni di
sottomissione ad altri popoli. Anche il contesto politico della Palestina in cui si trovò a vivere e predicare Gesù era piuttosto complesso. L’intero territorio palestinese era sottomesso ai romani dal 63 a.C.
Come spesso accadeva e accade, la presenza di un invasore sulla propria terra crea una divisione tra le fazioni: da un lato vi sono coloro che si ribellano;reclamando indipendenza e libertà; dall’altro ci sono i conniventi, cioè coloro
che per vantaggio personale o per posizione ideologica appoggiano il potere esterno. Queste premesse aiutano a comprendere un po’ meglio il vangelo di oggi: i farisei, antiromani, e gli erodiani, più vicini alle autorità politiche,
tengono consiglio per cogliere in fallo Gesù nel suo parlare. La domanda sul tributo a Cesare è subdola: se Gesù avesse semplicemente risposto che il tributo era da pagare, avrebbe suscitato le ire del popolo che, fortemente;contrario alla presenza romana, avrebbe visto in lui un simpatizzante del governo romano e non il messia tanto atteso. D’altro canto, il netto rifiuto di pagare avrebbe scatenato la rappresaglia delle autorità locali: il tributo era
uno dei principi inscalfibili della sottomissione a Roma e se Gesù avesse dato adito a pensare che sobillava il popolo a non pagarlo, per lui sarebbe
sicuramente scattato l’arresto e una punizione esemplare. Preso tra l’incudine:e il martello, il maestro non si lascia impaurire. Chiede una moneta, stimola l’uditorio a notare che l’effige sopra stampata è dell’imperatore e chiosa con
una delle più famose ed universali espressioni del Vangelo, invitando tutti, accusatori e simpatizzanti, ad una riflessione sull’equilibrio tra la libertà dello
spirito e l’organizzazione dello spazio politico. Si tratta di un problema quanto mai attuale la cui soluzione non è certo alla portata di queste poche:righe. Gesù, oggi come allora, è un uomo scomodo: lo era allora per le autorità politiche che temevano una sommossa di popolo, lo rimane oggi perché il suo messaggio contesta radicalmente la logica del profitto e dell’individualismo. Inoltre è scomodo oggi, come lo era allora, per chiunque
tenti di ridurre il messaggio dell’amore di Dio ad una serie di precetti da applicare sterilmente. La lapidaria risposta di Gesù ridimensiona le pretese di
farisei ed erodiani di fargli muovere un passo falso verso questa o quell’altra:posizione, così da poterlo accusare. Essi avevano la pretesa di far dire a Gesù
ciò che era di interesse al loro cuore indurito, Gesù risponde indicando la via della verità.

Per la preghiera e la riflessione.
Valuto il mio impegno sociale e religioso: in che modo questi due elementi
fanno parte della mia vita? Sono integrati, distinti, in equilibrio?

XXVIII domenica T.O. – Anno A –11 ottobre 2020 (prof. Marco Forin)

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«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». (Mt 22,2).
Gli invitati a questo banchetto nuziale fanno i difficili. Sembrerebbe
impossibile perché l’evento delle nozze di un figlio di re non capita ogni giorno e esservi invitati è un lusso destinato a pochi. La scena è suggestiva e non può che stimolare il disappunto nel lettore: come è possibile che gli invitati a nozze abbiano altro da fare? Non è forse il matrimonio del figlio del
re l’evento mondano per eccellenza? Gli invitati sembrano preferire il grigiore della loro quotidianità e rifiutano un invito che difficilmente si potrà ripetere.
Inoltre il loro diniego non si limita al rifiuto: gli emissari che recano l’invito vengono malmenati e uccisi. Non è difficile comprendere la rabbia del re e la sua emblematica reazione. Fuor di metafora, queste immagini sono di un’attualità disarmante. Guardiamoci attorno e guardiamoci dentro: il nostro
mondo è costituito di esseri indaffarati, sempre di corsa, stressati dal troppo lavoro, dai doveri, dalle ansie del futuro. In altri casi si aggiungono gli
affanni delle difficoltà economiche, della salute, del lavoro che magari vacilla a causa della crisi economica. A volte viene il dubbio che l’uomo
contemporaneo abbia molto, forse troppo, ma che tra tutto ciò che possiede manchi la vera felicità. E’ egli stesso a rifiutarla, preferendo scegliere la materialità dell’avere e la concretezza del fare alla pienezza dell’essere.
L’immagine del rifiuto a partecipare alla festa di nozze del figlio del re è davvero l’emblema di una società, la nostra, che non sa alzare lo sguardo
dalle proprie miserie per qualcosa di più grande, per una festa che non
riempie solo la pancia ma anche il cuore di ogni uomo.
Il re non sembra disposto ad accettare questo rifiuto e la festa si farà: per ogni persona indaffarata e ricurva su se stessa e sui suoi mestieri, il re trova un cuore libero, un invitato che sappia gioire con il re e suo figlio per le nozze.
Provando ancora una volta ad attualizzare, il racconto di oggi sembra essere un invito a prendere coscienza di quali siano le nostre priorità. Ci si potrebbe
domandare, ad esempio, quanto siamo disposti a svuotarci delle nostre
affannose attività per far spazio a quella semplicità interiore che ci
consentirebbe di accogliere l’invito del re. Questo affanno non risparmia
nemmeno gli operatori pastorali che, anzi, si trovano oppressi da decine di
impegni settimanali, doveri certamente importanti ma che purtroppo
costringono a lasciare da parte ciò che conta: la comunione con Dio. Molti di noi sono catechisti, operatori parrocchiali, qualcuno ha fatto la scelta della vita consacrata. Domandiamoci: qual è la nostra reazione all’invito del re?

Per la preghiera e la riflessione
In questi giorni provo a verificare quali delle attività nella mia vita sono
superflue e quali servono alla costruzione della vera felicità.

Fondo San Guido

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Continua l’attività del Fondo San Guido, lo strumento della diocesi per venire incontro alle difficoltà di molte famiglie che a causa dell’emergenza sanitaria hanno perso il lavoro o l’hanno dovuto sospendere.
Al 30 settembre sono state sostenute 163 famiglie per un impegno totale di 235.900 euro.
Se hai bisogno rivolgiti al tuo parroco!
#8xmille #ottopermille

Notizie dalla Curia

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Il vescovo diocesano S.E.R. Mons. Luigi Testore ha nominato:

– in data 23 settembre, don Mario Bogliolo collaboratore parrocchiale per le parrocchie della Comunità pastorale “San Guido” (“Nostra Signora Assunta” – Cattedrale, “S. Francesco”, “Madonna Pellegrina”) in Acqui Terme;

– in data 5 ottobre, Assistente del centro OAMI “San Giuseppe” in Acqui Terme don Giorgio Santi, parroco delle parrocchie della Comunità pastorale “San Guido” in Acqui Terme.

XXVII domenica T.O. – Anno A (prof. Marco Forin)

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«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna».
(Is 5,1).
La metafora della vigna viene utilizzata con molta frequenza nel testo biblico.
Il vigneto aveva nell’immaginario collettivo mediorientale una valenza
simbolica molto forte. Nell’antica Mesopotamia, ad esempio, la vite era
identificata come l’erba della vita e si pensi che il pittogramma con cui i
sumeri scrivevano la parola “vita” era una foglia stilizzata di vite. Le viti
erano segno di benessere, ricchezza, serenità, vita florida e piena.
Numerose volte nel testo biblico si usano le immagini della vite e del vigneto per indicare realtà spirituali oppure il popolo d’Israele oppure semplicemente come ambientazione di un episodio. Fermiamoci a due soli esempi. Il primo riguarda il vigneto come semplice ambientazione di una scena e lo incontriamo nel libro del Cantico dei Cantici: ad un certo punto la sposa invita il suo amato a recarsi con lei nelle vigne e lì gli promette le sue carezze. L’altro riferimento, meno romantico e più teologico, lo troviamo nella prima lettura di questa domenica in cui Isaia parla di una vigna piantata e ben curata che però ha smesso di dare uva buona fruttando solo acini acerbi.
Il riferimento è esplicito al popolo ebraico e nella fattispecie agli abitanti di Gerusalemme che si erano allontanati dal compiere le opere della legge così come prescritto nella Legge di Mosé. Il destino di quel vigneto sarà l’estirpo.
Gesù utilizza spesso le metafore bibliche del vigneto o della vite
arricchendole di nuovi significati rispetto all’Antico Testamento. Rielabora le immagini e le adatta al messaggio che intende veicolare: arriverà al punto di indicare sé stesso come vite e i suoi discepoli come tralci, in una delle più
audaci rappresentazioni del vangelo di Giovanni (Gv 15,1-8). Nel vangelo di
oggi si somma la carica positiva che caratterizza l’immagine della vigna a
quella negativa dei lavoratori disonesti che, anziché compiere il lavoro di cura e custodia del bene loro affidato, mirano ad impossessarsene con la
violenza. Soffermiamoci su due aspetti: il primo è relativo alla responsabilità del bene che viene affidato ai custodi. Costoro anziché prendersi cura del
bene prezioso che hanno tra le mani con il rispetto di chi sa che tratta
qualcosa che non gli appartiene, prevaricano il loro ruolo, presumendo di avere il diritto di abusarne. La seconda riguarda coloro che sono mandati dal padrone a richiamare i fattori al loro giusto ruolo: costoro ci fanno pensare a quelle persone che con le parole o con i fatti ci palesano le verità scomode, quelle che ci richiamano ai nostri doveri e ai nostri ruoli. Quanto è difficile ascoltare questi profeti!

Per la preghiera e la riflessione
Chi nella mia vita ha saputo richiamarmi ai miei compiti e ai miei doveri e a far luce sulla mia vita? Saprei esserlo io per qualcun altro