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Gmg 2019: Panama, Casa Italia ospite della scuola Fermi. Cermelli (direttore), “80 ragazzi accoglieranno i pellegrini”

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“Qui offriamo la nostra cultura a più di 30 cittadinanze diverse di ragazzi che arrivano da tutto il mondo. Panama è veramente un incrocio di culture e noi trasmettiamo ai nostri ragazzi non solo una formazione accademica. Noi vogliamo dare loro dei valori”. Lo dice Paolo Cermelli, direttore della scuola Enrico Fermi di Panama, dove è ospitata “Casa Italia”. Un istituto fondato da “un italiano sognatore, nipote di emigranti italiani di fine ‘800 arrivati a Panama”. “Noi ci consideriamo un istituto formatore di cittadini del mondo con dei valori che contraddistinguono tutti coloro che si sono diplomati da noi e si trovano in tutte le più grandi università del mondo – spiega Cermelli -. Sono ragazzi che hanno apprezzato e voluto imparare la cultura italiana. Le loro famiglie viaggiano in Italia, l’apprezzano e la amano”. Sono più di ottanta i ragazzi che accoglieranno i pellegrini e “condivideranno questa grande emozione di essere Casa Italia”. “È un grande piacere e onore potervi avere qui”.

Ecumenismo: don Mosa (Pavia), “può dare una scossa alle nostre parrocchie”

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“Ecumenismo è ormai un termine che ha perso il suo smalto originario diventando, come si dice oggi, un ‘umbrella term’, cioè una parola che riassume ed esprime un insieme di concetti e realtà diverse fra loro. Fino, a volte, a divenire sinonimo di dialogo interreligioso”. Lo scrive don Michele Mosa, delegato vescovile per ecumenismo e dialogo della diocesi di Pavia, nell’editoriale del settimanale diocesano “il Ticino”.  “L’ecumenismo non può essere una pratica che si sbriga una settimana l’anno. Né un tema di nicchia”, sottolinea. Citando il Papa, don Mosa sostiene che “l’ecumenismo chiede anche di non essere elitario, ma di coinvolgere il più possibile tanti fratelli e sorelle nella fede”. Per questo motivo, “l’ecumenismo è nel Dna della Chiesa: credo la Chiesa una. E chiede di essere approfondito come tema teologico, come conoscenza storica, come prospettiva pastorale”. Poi, il delegato del vescovo evidenzia che “l’ecumenismo ha anche un aspetto sociale e politico”. Il riferimento è alle “vicende drammatiche dei profughi e dei rifugiati e all’esperienza dei corridoi umanitari che vede la stretta collaborazione dei cattolici e dei protestanti”, ma anche alla “coraggiosa testimonianza, l’‘ecumenismo del sangue’, dei cristiani in Egitto o in Pakistan”. Infine, “la scossa che può dare alle nostre parrocchie una pastorale ecumenica”: “Un gemellaggio con una comunità protestante o ortodossa, la collaborazione nella gestione degli aiuti ai poveri, una scuola della Parola. L’ecumenismo è uno stile di vita e una strada da percorrere”.

PRIMO GENNAIO 2019 – Omelie nelle Messe della Festività di Maria Madre di Dio

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Messa del Mattino

Le letture che abbiamo ascoltato ci ricordano il significato del tempo natalizio, che stiamo vivendo, e soprattutto la lettera ai Galati ci dice che Dio mandò suo figlio perché ricevessimo l’adozione a figli, non più schiavi, ma figli ed eredi.

Nel Natale abbiamo celebrato proprio questo entrare di Dio nella storia degli uomini, che ci permette di scoprirne pienamente la vicinanza e soprattutto ci invita a partecipare alla vita stessa  di Dio.

Inoltre oggi siamo invitati anche ad esprimere la nostra preghiera di ringraziamento (canto Te Deum) per l’anno che è trascorso e a guardare con la speranza del cristiano  al tempo nuovo che ci sta di fronte. Il tempo che passa non è mai una cosa insignificante perché è dono e compito. Ogni cristiano è sempre invitato a rileggere il senso dei doni ricevuti e a capire meglio l’impegno che la storia ci propone e ci affida.

Per questo da molti anni ormai questo passaggio di fine anno è dedicato ad una riflessione sulla pace. Il Papa ogni anno invia un messaggio all’umanità per ricordarci il compito fondamentale degli uomini di costruire il mondo, sapendo convivere nella pace e nella ricerca del loro significato autentico.

Se questo è certamente un compito di tutti gli uomini, ai cristiani è chiesto di testimoniarlo in modo particolare, proprio perché i cristiani hanno una visione chiara della dignità e del destino a cui gli esseri umani sono chiamati, quello di partecipare alla vita divina, di essere figli di Dio e sua immagine.

Vivendo questa vocazione fondamentale gli esseri umani sono quindi anche chiamati a costruire in modo nuovo la loro vita sulla Terra, a scoprire la fratellanza autentica che li accomuna, a cercare una giustizia vera nei loro rapporti, soprattutto a superare ogni violenza, perché la violenza e la guerra che ne è l’estrema espressione allontanano gli uomini dalle loro mete autentiche.

Per questo oggi ci interroghiamo su quali siano i valori da condividere con tutti e quali siano le strade per costruirli insieme.

Quest’anno l’invito del Papa nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace è quello di scoprire la politica come un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma ci dice che questo può realizzarsi solo se la politica è vissuta come servizio alla collettività. Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti. Solo con questo spirito è possibile vivere anche la vita sociale come forma di carità.

Purtroppo se si dimentica questo principio fondamentale –dice sempre il Papa- si corrono molti rischi e si può cadere in uno dei tanti vizi della politica, che impediscono una armoniosa realizzazione di ciascuno.

Aggiunge poi il messaggio del Papa le parole che cito: “In particolare viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro, nell’ansia di perdere i propri vantaggi e si manifesta attraverso atteggiamenti di chiusura  che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno”.

Possiamo concludere dicendo che la pace è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sulla interdipendenza degli esseri umani. Chiediamoci  cosa voglia dire anche per noi iniziare un nuovo anno con questo desiderio  di costruire le relazioni con spirito di servizio e come possiamo  impegnarci perché anche l’azione politica costruisca relazioni di pace e di giustizia.

 

Messa della Sera

In questo primo giorno dell’anno siamo invitati a meditare sulla maternità di Maria. Leggendo il brano di Vangelo mi ha colpito quando dice che Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. Maria, infatti, come è ovvio, non può capire subito tutto il mistero e il progetto della propria vita, ma sa cogliere i segni e li rimedita profondamente.

Possiamo pensare a quanto questo sia un modello per noi, in particolare in questo inizio d’anno in cui ci è chiesto di dare significato al tempo che viviamo. Anche noi possiamo cercare di cogliere il nostro progetto di vita e possiamo imparare a meditare con profondità i fatti e le situazioni, con la calma di chi sa di poter dare significato a ogni cosa.

Pensare alla maternità di Maria, poi, ci aiuta in modo particolare. Già la maternità in sé è qualcosa di straordinario, è gioia per la vita che nasce, speranza, futuro.

In questo senso è certamente preoccupante la condizione della nostra società europea contemporanea, perché ci accorgiamo di vivere in un contesto sociale che tende ad avere paura di donare la vita. Che tende a considerare la paternità e la maternità un impegno troppo gravoso, da rimandare nel tempo.

Non si può negare ovviamente che ci siano degli ostacoli oggettivi nel contesto odierno: la precarietà del lavoro, la difficoltà per molti di avere una casa, ma indubbiamente questa paura di donare la vita è spesso segnata dall’egoismo e anche dalla mancanza di speranza sul futuro  proprio e sul futuro del mondo.

Ecco perché oggi contemplando la maternità di Maria siamo invitati a leggere con più chiarezza il nostro progetto di vita e soprattutto a cercare quel progetto di Dio dell’ascolto del quale Maria è un vero modello.

La vocazione di ogni cristiano è quella di scoprire e accogliere il progetto di Dio e portare e donare al mondo questo progetto di gioia e di speranza.

Anche noi all’inizio di questo nuovo anno possiamo cercare di capire quali sono i doni che abbiamo ricevuto e capire cosa ci è chiesto di donare nella nostra vita, cosa donare agli altri, cosa donare al mondo, quale futuro possiamo e dobbiamo costruire per noi e per tutti.

Ci accompagna in questa nostra riflessione oggi anche il tema scelto da Papa Francesco per la giornata della pace.

L’invito del Papa quest’anno è quello di scoprire la politica come un mezzo fondamentale per mettersi a servizio del mondo. Un impegno nell’ambito politico e sociale che parta dal valore del servizio , perché  l’impegno sociale vissuto con spirito di servizio diventa un gesto di vera carità.

La pace e l’armonia della convivenza sociale si costruiscono  anche sull’impegno di ciascuno a partecipare alla formulazione di un progetto sul mondo. Anche se la nostra partecipazione alla vita pubblica si limita al solo voto che esprimiamo in occasione delle elezioni, dobbiamo chiederci qual è il progetto di società e di mondo che vogliamo realizzare, quali prospettive di pace e di giustizia abbiamo, quale  progetto di mondo e di relazioni tra persone e popoli vogliamo indicare.

Chiediamo a Maria, Madre di Gesù, ma anche madre della Chiesa di guidare i nostri passi in questo nuovo anno e di farci trovare quello spirito di servizio e di dono che permette di realizzare in modo vero  la vita di ciascuno.

Omelie nelle Messe di Natale 2018

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Messa della Notte

C’è una antica tradizione che ci fa incontrare qui questa notte a celebrare insieme un evento fondamentale della storia umana. Anche quest’anno dobbiamo domandarci: cosa ci ha portato in questa chiesa.

Ci è chiesto anche quest’anno di capire e riscoprire il mistero della incarnazione. Il mistero di Dio che si fa carne, prende dimora tra di noi, partecipa alla nostra vita e alla nostra condizione e chiede di essere accolto.

Quello che la liturgia ci presenta è soprattutto un annuncio di gioia. L’annuncio ascoltato nel Vangelo di Luca ai pastori. E’ la gioia di una umanità che si sente accompagnata e visitata. Una umanità che non è certo mai stata abbandonata da Dio, ma ora è apparsa la grazia che porta salvezza a tutti gli uomini, come dice S. Paolo nella lettera  a Tito. Dio ci parla attraverso il Figlio e in particolare attraverso la sua incarnazione.  Con il Natale Dio entra in modo forte e definitivo nella storia degli uomini perché vi partecipa pienamente, la assume, si fa come noi per portare noi alla pienezza dell’incontro con lui, per offrirci di partecipare alla sua stessa vita divina.

Ecco perché, con il profeta Isaia,  possiamo leggere questo evento come la più grande gioia della storia. Il popolo che cammina nelle tenebre vede finalmente la luce, non è più schiavo, gli è stato donato un figlio che porta pace e diritto. Probabilmente il profeta si riferisce ad un evento accaduto nel 734 a.C., durante un assedio degli aramei. Tutto sembrava ormai perduto, il popolo era disperato, ma invece riesce a liberarsi.

Spesso anche noi ci sentiamo un popolo che cammina nelle tenebre, abbiamo paura , non riusciamo a vedere la speranza e il futuro. In un mondo in profondo cambiamento, spesso ci sentiamo incerti, ci sentiamo una società in crisi, siamo come questo popolo che cammina nelle tenebre. Ci sembra di aver bisogno di difenderci da questo mondo in trasformazione e quindi tendiamo a chiuderci nel nostro egoismo. Una società che cerca la propria felicità contro gli altri e non capisce che, invece, c’è felicità solo se si cerca il bene di tutti.  L’annuncio del Natale ci fa capire che è così.  In queste parole di Isaia ci sono i desideri più profondi dell’umanità perché pace e giustizia non rappresentano solo la lontananza dagli orrori della guerra, ma dicono la possibilità di costruire un mondo vero, veramente umano, in cui ciascuno possa esprimere la sua vocazione più profonda, che è quella di avvicinarsi all’amore di Dio. Senza amore si vive nelle tenebre e quindi nella tristezza più totale. Gli uomini soli, lontani dall’amore di Dio sono tristi.

Ecco perché oggi siamo chiamati a questo annuncio di gioia perché non più soli e non più lontani dall’amore di Dio.

La nascita di Gesù ci fa sentire una umanità accompagnata in cui la presenza di Dio è radicata nella nostra stessa natura. E’ il Dio che non va cercato perché lui per primo cerca ciascuno di noi. Ci sono persone che dicono di essere alla ricerca di Dio e affermano magari di non riuscire a trovarlo. Ma la verità è che è Dio che si rivela, è lui che entra nella nostra storia, è lui che cerca ogni persona: basta lasciarsi trovare.

La domanda vera nel giorno di Natale è: cosa questo cambia anche per me? Gli auguri, i regali, la festa sono tutti segni importanti, perché noi uomini abbiamo bisogno di segni, ma sono segni vuoti se non accompagnati da un incontro. Questo tempo di Natale è proprio il tempo dell’incontro in cui fare spazio alla presenza di Dio, una presenza che non lascia soli, che apre a una vita nuova e migliore. Possiamo anche noi camminare nella luce, ragionare con la mentalità nuova che Dio ci insegna.

Messa del Giorno

Abbiamo ascoltato parte del primo capitolo del Vangelo di Giovanni. Si tratta di una meditazione teologica sul Natale. Dice l’Evangelista: a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli:  cioè un Dio che si fa uomo perché gli uomini possano partecipare alla pienezza di Dio.

Questa festa ci dice che Dio è vicino a ciascuno, ma anche che noi possiamo essere vicini a lui, capire il suo amore e imparare ad agire nella novità del suo amore.

Il Signore ha consolato il suo popolo – come dice il profeta Isaia- e anche noi possiamo imparare a camminare in modo nuovo, imparare le strade di Dio, ragionare con la mentalità nuova che Dio ci insegna.

E Dio con il Natale capovolge molte nostre idee: a noi sembra importante la forza e Dio invece ci parla di una debolezza che trasforma il mondo. Natale ci chiede di imparare ad apprezzare ciò che è debole, perché Dio si fa piccolo.

Anche noi possiamo imparare una umiltà diversa, trovare una semplicità nuova nel nostro agire, imparare ad apprezzare e proteggere chi è più piccolo e più debole.

In una società mondiale sempre più squilibrata, ci  è chiesto ancora una volta di imparare a curare, rispettare e proteggere chi non ha forza.

Papa Francesco ci invita a scoprire il servizio verso chi è più povero  come qualcosa di essenziale al nostro essere cristiani, ci invita a scoprire la gioia del vangelo che è un modo di vivere nuovo, a scoprire la forza del servizio, come Dio nascendo al mondo si mette al nostro servizio.

Intorno a noi c’è tanta povertà, quella che vediamo nelle nostre strade e nella televisione e quella che non vediamo  fatta di persone sole, ma anche di tanti bambini e ragazzi che vivono una grande precarietà e poche prospettive per la loro formazione e il loro futuro.

Dio a Natale ci chiede di camminare nella sua luce, ci chiede anche di costruire il mondo con la luce nuova di chi sa di doversi mettere a servizio. Nessuno può cambiare il mondo ed eliminare le ingiustizie, ma le scelte vere di ciascuno possono migliorarlo davvero.

Se Dio si fa piccolo e si mette a servizio dell’umanità, anche noi possiamo qualche volta farci più piccoli e porre qualche gesto di novità nei nostri comportamenti, nelle nostre scelte politiche, nelle nostre relazioni personali e imparare quella novità del servire che porta luce e gioia al mondo.

INTENZIONI APOSTOLATO DELLA PREGHIERA – GENNAIO 2019

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Cuore divino di Gesù, io ti offro per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, madre Tua e della Chiesa,  in unione al sacrificio eucaristico,  le preghiere, le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno, in riparazione dei peccati, per la salvezza di tutti gli uomini, nella grazia dello Spirito Santo, a gloria di Dio nostro Padre.  Amen!

Intenzione  del  Papa:

Per i giovani, specialmente quelli dell’America Latina, perchè seguendo l’esempio di Maria, rispondano alla chiamata del Signore per comunicare al mondo la gioia del Vangelo.

Intenzione  dei  Vescovi:

Perchè il nuovo anno ci trovi tutti non ripiegati su noi stessi ma più disponibili agli altri, così da gustare la vera gioia.

Intenzione  per  il  Clero:

Cuore di Gesù, anima e sostieni la paternità sacerdotale nei confronti dei giovani, sul modello del Tuo servo San Giovanni Bosco:  che i tuoi ministri possano essere segno del Tuo volto misericordioso e paziente.

La carovana dei migranti centroamericani: perché partono e dove vanno?

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29 dicembre 2018

Quali sono le responsabilità dei Paesi, Stati Uniti soprattutto, che alzano muri senza fare un minimo di autocritica sulle loro politiche, remote e recenti? Proviamo a dare qualche risposta attraverso chi lavora con bambini e giovani in Honduras, cercando di strapparli alle bande criminali, le maras e le pandillas. Jorge Valladares è uno dei maggiori esperti di diritti dell’infanzia del continente. In passato ha lavorato per le Nazioni Unite e ora dirige il progetto “Futuros Brillantes” che l’ong World Vision ha avviato nei Paesi del Centroamerica: “I migranti centroamericani della famosa carovana – dice al Sir – corrispondono alla media di cinque mesi di partenze, stando ai dati degli ultimi anni”. Insomma, la carovana rappresenta un picco dentro un fenomeno consolidato e comunque impressionante. Da cosa scappano, dunque, i migranti honduregni?

La carovana dei migranti centroamericani, da un mese ormai bloccata e in parte dispersa a Tijuana, al confine tra Messico e Stati Uniti, ha avuto sicuramente un effetto: quello di portare all’attenzione del mondo i Paesi del Centroamerica. Honduras, soprattutto, e poi El Salvador e Guatemala: Paesi poverissimi, probabilmente i più violenti del mondo, senza futuro per ragazzi e giovani. Se le domande di media e osservatori si sono incentrate in questi mesi sull’esito della carovana, la questione che bisognerebbe invece porsi è: perché partono? Perché la carovana rappresenta solo il picco di un esodo continuo? Quali sono le responsabilità dei Paesi, Stati Uniti soprattutto, che alzano muri senza fare un minimo di autocritica sulle loro politiche, remote e recenti?
Proviamo a dare qualche risposta attraverso chi lavora con bambini e giovani in Honduras, cercando di strapparli alle bande criminali, le maras e le pandillasJorge Valladares è uno dei maggiori esperti di diritti dell’infanzia del continente. In passato ha lavorato per le Nazioni Unite e ora dirige il progetto “Futuros Brillantes” che l’ong World Vision ha avviato nei Paesi del Centroamerica: “I migranti centroamericani della famosa carovana – dice al Sir – corrispondono alla media di cinque mesi di partenze, stando ai dati degli ultimi anni”. Insomma, la carovana rappresenta un picco dentro un fenomeno consolidato e comunque impressionante. Da cosa scappano, dunque, i migranti honduregni?

Bande “allevate” nei ghetti degli Usa. Dalla violenza, sicuramente. Spiega Vallarares, che conosce bene le maras e le pandillas: “Fin dagli anni Ottanta del secolo scorso le guerre civili in atto in Centroamerica hanno provocato una forte emigrazione negli Usa.

Qui però si sono formati dei ghetti e dalla mancata integrazione sono nate le prime bande.

Per esempio la famigerata Mara Salvatrucha, formata da salvadoregni, è nata a Los Angeles, altre nelle periferie di Houston, o New York. Possiamo dire che esse sono nate da un primo, metaforico ‘muro’, quello della discriminazione. Poi sono iniziate le deportazioni di massa, a fine anni Novanta. I giovani tornavano in Honduras o in Salvador pieni di tatuaggi, con esperienze criminali… La pandillas e le maras si sono radicate così e hanno inserito i nostri Paesi nei circuiti della criminalità internazionale”.

8 bambini su 10 sono poveri. Povertà ed esclusione sociale sono in Honduras a livelli record. “Il 78% dei bambini vive in situazione di povertà, secondo l’Unicef – dice Valladares -. Il 25% dei ragazzi non studia e non lavora. Il 30% delle ragazze sotto i 19 anni ha già avuto almeno una gravidanza”. Altri numeri eloquenti vengono portati al Sir da Yolanda Gonzáles, referente della Rete gesuita per i migranti, collegata a Radio Progreso: “900mila bambini non hanno accesso all’istruzione, ogni mesi vengono assassinati 60 giovani, il 65% della popolazione è disoccupata oppure vive di piccoli lavori”. Povertà e violenza sono un circolo vizioso, dal quale pare impossibile uscire: reclutamenti forzati, abusi e violenze, sono all’ordine del giorno.

Le contraddizioni degli Usa. Tutto questo accade anche per precise responsabilità della politica nazionale e internazionale, prosegue Gonzáles: “La ricchezza è detenuta da un numero ridottissimo di persone, il Paese è depredato delle sue risorse, la corruzione e l’impunità sono a livelli altissimi, l’83% delle denunce non porta neppure all’avvio di indagini, il presidente Hernández è stato eletto grazie a quella che è stata ritenuta una frode elettorale”.

Quanto agli Stati Uniti, più che farsi un esame di coscienza, “dovrebbero rivedere completamente le politiche degli ultimi anni, dall’appoggio al colpo di stato del 2009 all’appoggio dato a Hernández e alle sue scelte”.

Più che pensare a costruire muri, bisognerebbe invece tendere la mano con serie politiche di aiuto e sostegno. Da questo punto di vista, una speranza viene dal nuovo presidente del Messico Andrés López Obrador, che come primo atto ha firmato un accordo di cooperazione con Honduras, Guatemala ed El Salvador.

Progetti educativi. Intanto, in una situazione di questo tipo, si continua a migrare: “Conosciamo i loro volti, sono persone a noi vicine”, dicono all’unisono Gonzáles e Valladares, che con le loro organizzazioni cercano di promuovere comunque educazione e sviluppo sociale: “Con World Vision promuoviamo progetti di salute ed educazione, cerchiamo di prevenire il lavoro giovanile e di dare invece un futuro professionale ai giovani, promuovendo l’economia familiare, piccoli progetti imprenditoriali”, dice Valladares, che aggiunge: “Devo dire che è fondamentale la presenza di associazioni religiose e delle Chiese, le uniche ad avere scuole e leader sociali”. “Bisogna distinguere tra dimensione micro e macro – conclude Gonzáles -. Per quanto riguarda la prima, il punto chiave è l’accesso all’educazione e su quello lavoriamo, per evitare il reclutamento delle bande e dare un futuro ai giovani attraverso la formazione professionale. Resta la dimensione macro, cioè arrivare a un diverso modello politico ed economico”.

Papa Francesco: un anno di “tolleranza zero” sugli abusi

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31 dicembre 2018

Anche il 2018, come avviene dall’inizio del pontificato, è stato per Papa Francesco un anno di “tolleranza zero” sugli abusi, come ha ribadito anche nel tradizionale discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale. Con due importanti “prime volte”: la lettera al popolo di Dio e la convocazione di una riunione dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, in programma in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019

foto SIR/Marco Calvarese

Le ferite “non vanno mai prescritte”. Comincia così il “mea culpa” del Papa contenuto nella Lettera al popolo di Dio pubblicata il 20 agosto scorso, in cui Francesco ribadisce la linea di “tolleranza zero” sugli abusi commessi da parte di esponenti della Chiesa che ha caratterizzato fin dall’inizio il pontificato, costellato di discorsi, pronunciamenti, richieste pubbliche di perdono ma anche di atti concreti di governo, come la riduzione allo stato laicale – perfino di porporati – o l’accoglimento di dimissioni individuali o collettive. Nel 2018, un’altra iniziativa senza precedenti di Bergoglio: la convocazione di una riunione dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in Vaticano, dal 21 al 24 febbraio 2019, in vista della quale l’apposito Comitato organizzativo ha chiesto a tutti i partecipanti d’incontrare, nei loro rispettivi Paesi, le vittime, in modo da accertare la verità dei fatti e dimostrare in concreto la priorità dell’ascolto delle storie di dolore dei sopravvissuti da parte dei membri della comunità ecclesiale, tutti corresponsabili – ognuno per la propria parte – nell’azione di contrasto a quelli che il Papa ha definito dei veri e propri crimini, vergogna della Chiesa. Ma il tema degli abusi è stato traversale all’anno appena trascorso: in Cile, in Irlanda, nelle Repubbliche baltiche, fino al Sinodo sui giovani e alla richiesta di pregare il Rosario ogni giorno, nel mese di ottobre, per chiedere alla Madonna e a san Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, incessantemente in azione per dividerla e minarne la credibilità. Nel tradizionale discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale, il Papa parlato di abusi e di infedeltà come due “afflizioni” che deformano il volto della Sposa di Cristo.

Mai abbastanza.

“Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità”. (Lettera al popolo di Dio, 20 agosto 2018)

No al clericalismo.

“Ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita. Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere o di coscienza – qual è il clericalismo, quell’atteggiamento che non solo annulla le personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualunque forma di clericalismo”. (Lettera al popolo di Dio, 20 agosto 2018)

(Foto Vatican Media/SIR)

Dolore e vergogna.

“È imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui”. (Lettera al popolo di Dio, 20 agosto 2018)

“Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa”. (Viaggio in Cile, incontro con le autorità, 16 gennaio 2018)

“Conosco bene il dolore che hanno significato i casi di abusi contro i minori. So che a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada: che andare ‘vestiti da prete’ in molte zone si sta ‘pagando caro’”. (Viaggio in Cile, discorso al clero, 26 gennaio 2018)

(Foto Vatican Media/SIR)

Chiediamo perdono.

“Ieri mi sono incontrato con otto persone sopravvissute di abusi di potere, di coscienza e sessuali. Raccogliendo quello che mi hanno detto, vorrei porre davanti alla misericordia del Signore questi crimini e chiederne perdono. Chiediamo perdono per gli abusi in Irlanda, abusi di potere e di coscienza, abusi sessuali da parte di membri qualificati della Chiesa. In modo speciale chiediamo perdono per tutti gli abusi commessi in diversi tipi di istituzioni dirette da religiosi e da religiose e da altri membri della Chiesa”. (Viaggio in Irlanda, atto penitenziale al Phoenix Park di Dublino, 26 agosto 2018)

Motivo di scandalo.

“È brutto, questo, quando una Chiesa, una comunità, si comporta in modo tale che i giovani pensano: ‘Questi non mi diranno nulla che serva alla mia vita’. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, perché sentono la presenza della Chiesa come fastidiosa e perfino irritante. E questo è vero. Li indignano gli scandali sessuali ed economici di fronte ai quali non vedono una condanna netta. Vogliamo rispondere a loro, vogliamo essere una comunità senza paura. Le paure ci chiudono”. (Viaggio in Lituania, Lettonia e Estonia, incontro ecumenico con i giovani a Tallin, 25 settembre 2018)

La Chiesa è madre.

“Vorrei direi ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto. Le nostre debolezze non vi scoraggino, le fragilità e i peccati non siano ostacolo alla vostra fiducia”. (Omelia della Messa di chiusura del Sinodo dei giovani, basilica di San Pietro, 28 ottobre 2018)

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Mai insabbiare.

“Anche oggi ci sono ‘unti del Signore’, uomini consacrati, che abusano dei deboli, approfittando del proprio potere morale e di persuasione. Compiono abomini e continuano a esercitare il loro ministero come se niente fosse; non temono Dio o il suo giudizio, ma temono soltanto di essere scoperti e smascherati. ministri che lacerano il corpo della Chiesa, causando scandalo. Spesso dietro la loro smisurata gentilezza, impeccabile operosità e angelica faccia, nascondono spudoratamente un lupo atroce pronto a divorare le anime innocenti”. (Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, 21 dicembre 2018)

“La Chiesa non cercherà mai di insabbiare o sottovalutare nessun caso. È innegabile che alcuni responsabili, nel passato, per leggerezza, per incredulità, per impreparazione, per inesperienza o per superficialità spirituale e umana hanno trattato casi senza la dovuta serietà e prontezza. Ciò non deve accadere mai più. Questa è la scelta e la decisione di tutta la Chiesa”. (Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, 21 dicembre 2018)

INTENZIONI APOSTOLATO DELLA PREGHIERA – MESE DI NOVEMBRE 2018

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Cuore divino di Gesù, io ti offro per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, madre Tua e della Chiesa, in unione al Sacrificio eucaristico:  le preghiere, le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno:   in riparazione dei peccati,  per la salvezza di tutti gli uomini, nella grazia dello Spirito Santo, a gloria del Divin Padre.

Intenzione  del  Papa:

Perchè il linguaggio del cuore e del dialogo prevalgano sempre sul linguaggio delle armi.

Intenzione  dei  Vescovi:

Perchè gli anziani,  custodi e testimoni di una ricca tradizione,  possano vivere serenamente la loro età e siano aiutati ad affrontare i limiti che essa comporta.

Intenzione  per  il  Clero:

Cuore di Gesù,  accogli nel tuo regno di luce i sacerdoti defunti e ricompensali per le loro fatiche.