Author: Ufficio Pastorale Comunicazioni Sociali

Avvicendamento parroci (agosto 2019)

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Don Mario Montanaro e don Ludovico Simonelli dalla parrocchia di Cairo Montenotte alla Comunità pastorale di Canelli.

Don Mirco Crivellari dalla Parrocchia di Sassello alla parrocchia di Cairo Montenotte.
Don Valens Sibomana dalla parrocchia di Pontinvrea alla parrocchia di Cairo Montenotte.

Don Enrico Ravera dalle parrocchie di San Marzano Oliveto, Moasca e Cassinasco alla parrocchia di Sassello.

Le parrocchie di San Marzano Oliveto, Moasca e Cassinasco entrano a far parte della Comunità pastorale di Canelli.

Don Luciano Cavatore dalla parrocchia di s. Tommaso in Canelli alla parrocchia di Visone (subentra al can. Alberto Vignolo)

XXI Domenica del T.O. – 25 agosto 2019 (prof. Marco Forin)

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«Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria». (Is 66,18).
«Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e
siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno
primi, e vi sono primi che saranno ultimi». (Lc 13,30).
Per il commento alle letture di questa domenica di fine estate, vogliamo
centrare la nostra attenzione sul confronto tra questi due brevi versetti.
Il primo dei due versetti è tratto da Isaia, il più famoso tra i profeti scrittori. Il libro di Isaia non fu scritto da una sola persona, ma da tre differenti scrittori in un arco di tempo che va dall’VIII al IV secolo a.C. Il capitolo 66, che chiude la terza parte ed è anche chiusura dell’intero libro, è stato scritto
verosimilmente dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia da un autore che viene convenzionalmente chiamato Terzo Isaia. In questa parte del libro
individuiamo nettamente la consapevolezza che la salvezza di Dio ha portata universale. Sottolineo che l’uso della parola “genti” (ebraico “goyim”) non è irrilevante perché per il popolo ebraico indicava tutti coloro che non erano circoncisi e quindi esclusi dal patto di alleanza con Dio. Inaspettatamente, al
ritorno dall’esilio di Babilonia – la pagina più triste della storia ebraica antica, il profeta si rende conto che la salvezza non è limitata al solo popolo di Israele ma che anzi Dio chiama a sé popoli e genti da tutte le parti del mondo, circoncisi e non circoncisi, di tutte le lingue, per radunarle nella sua;città eterna: Gerusalemme.
Nel Vangelo la porta di quella città sembra stringersi: Gesù chiede ai
discepoli di sforzarsi di entrare per la porta stretta e li ammonisce dicendo che ad un certo punto il padrone di casa chiuderà la porta lasciando fuori quelli che si illudevano di essere dentro perché conoscevano bene il padrone per aver mangiato e bevuto con lui. Gesù conclude profetizzando che i salvati verranno da occidente e da oriente e coloro che si pensava sarebbero stati gli ultimi saranno i primi e viceversa. Simbolicamente si può intendere così: la salvezza non è scontata in base alla semplice appartenenza ad un determinato
gruppo religioso. Gesù ricorda ai suoi contemporanei di fede ebraica che non
è sufficiente appartenere al popolo eletto per guadagnarsi la salvezza ma che questa è disponibile anche per coloro che, provenienti da altre fedi, verranno accolti da Dio. Dunque il Vangelo ci insegna che la salvezza è una porta stretta sulla quale è scritto il nome di Gesù Cristo, salvatore del mondo.

Per la preghiera e la riflessione
Centro il mio sguardo e la mia attenzione su Cristo, via verità e vita, porta
che conduce alla salvezza.

XX Domenica del T.O. – 18 agosto 2019 (prof. Marco Forin)

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«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma
divisione». (Lc 12,51).
Proseguendo nella lettura domenicale del capitolo 12 del Vangelo di Luca ci
imbattiamo in un passo che pare porsi in netta contraddizione con l’immagine
comune che si ha di Dio e dello stesso Gesù il quale qui parla di se stesso con toni del tutto inusuali.
Di Gesù si è soliti sottolineare la mansuetudine, la pacatezza, la capacità di sopportazione della sofferenza, la mitezza. Invece qui egli parla di se stesso come colui che porta la divisione sulla terra, colui che – addirittura – pone scompiglio all’interno di una famiglia mettendo in aperto contrasto gli uni
contro gli altri. Per tentare di comprendere cosa significhi questa espressione proviamo a immaginare cosa ha significato la sua predicazione nella Palestina di 2000 anni fa. Gesù predicava il superamento del rigido
formalismo religioso di allora in favore di una fede più interiore e spirituale,;proponeva un rinnovato modo di porsi in relazione con gli altri uomini e con
il mondo politico di allora – gli odiati romani! – e altro ancora. Un messaggio che fu certamente dirompente. Questo fa di Gesù un punto cardine della storia dell’umanità ma è evidente che sovvertire il modo di pensare consolidato del mondo antico non fu facile e, come la storia ci fa sapere, certamente portò scontri e divisioni. Potremo allora intendere questa espressione di Gesù in prima istanza come rottura tra il mondo antico con le sue tradizioni consolidate (ma superficiali) e il mondo evangelico da lui
predicato. Un secondo modo di intendere la divisione potrebbe essere
relativo al messaggio di Gesù per ciascun uomo: è un messaggio che chiede una conversione interiore, un messaggio scomodo che crea rottura perché;chiede di operare un cambiamento; ciò significa rinunciare ad un pezzo di sé:stessi alla ricerca di una maggiore comprensione della propria esistenza.
Potremmo dunque riassumere così il significato del vangelo di oggi: non si:tratta certo di un Gesù che fomenta guerre o lotte tra esseri umani (anche se;molto spesso nella storia gli uomini hanno usato la bandiera della fede cristiana come scudo per giustificare le loro guerre politiche); è piuttosto
l’assunzione di consapevolezza che l’adesione radicale al messaggio
evangelico chiede una conversione e ogni conversione necessariamente
genera una rottura con il passato, con le proprie abitudini o, addirittura, con la propria interiorità.

Per la preghiera e la riflessione
Chiedo al Signore di avere la forza di seguire la strada da lui tracciata
accettandone gli scogli di cambiamento

XIX Domenica del T.O. – 11 agosto 2019 (prof. Marco Forin)

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«Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi». (Lc 12,43).
«Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si
vede». (Eb 11,1).
Tra le molteplici suggestioni che si possono ricavare dalle letture di oggi, soffermiamo la nostra attenzione sui temi della fede e della conoscenza. Il servo cui viene affidata la custodia della casa, sia nel caso in cui decida di
comportarsi in modo congruo alle richieste del padrone, sia che spadroneggi spudoratamente prevaricando i suoi sottoposti di cui invece avrebbe dovuto:prendersi cura, NON SA quale sia il momento del ritorno del suo padrone.
Ancor più della necessità di comportarsi bene in attesa di un giudizio da parte del padrone, il servo deve in ogni caso prendere coscienza che vi sarà un
momento in cui il padrone tornerà e riprenderà le redini della sua casa; questo momento è del tutto ignoto al servo. Non è davvero diversa la nostra vita: per quanto si operi con cautela e giudizio, il progetto che ciascun essere umano si costruisce è sottoposto a eventi burrascosi che ne mutano inesorabilmente il
corso mandando a gambe all’aria buona parte delle aspettative terrene che ci
si era prefissi. Che fare, dunque? Arrendersi alla furia degli eventi e lasciarsi trascinare dal fato? No, non è questo il messaggio del Vangelo. Come il respiro dal primo all’ultimo giorno della nostra vita è presente in noi in modo inscindibile, al punto tale che se manca il respiro manca la vita stessa, così la presenza di Dio pervade il nostro essere in ogni istante della nostra vita. Ecco
un modo un po’ diverso per intendere il concetto di fede, su cui le letture di oggi insistono: la consapevolezza della costante, duratura e inscindibile presenza di Dio nella nostra esistenza.
La lettura tratta dallo scritto agli Ebrei sottolinea nel primo verso un concetto che pare analogo: la fede come fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Credo sia necessario accantonare per un attimo il concetto più comune di fede, cioè l’adesione con la volontà e il cuore a concetti espressi in formule dogmatiche e manifestati tramite pratiche rituali: per quanto tutto ciò sia giusto e sacrosanto, mi pare che il cuore della esperienza
spirituale stia in un abbandono fiduciale alla volontà di Dio come un bambino addormentato in braccio alla madre: come quel bambino si fida ciecamente di chi lo ha generato, pur non conoscendo quasi nulla della vita vera, così l’uomo che si abbandonerà a Dio nella fede genuina in lui non sarà
spaventato dall’ignoto che gli si para innanzi.

Per la riflessione e la preghiera
Prego lo Spirito Santo affinché doni uno spirito di filiale fiducia in Di