Commento alle Letture della III° Domenica di AVVENTO a cura di don Enzo Cortese

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III° DI AVVENTO

SOF 3,14-17

Entrato in azione poco prima di Geremia, Sofonia non si lascia illudere dalla riforma del re Giosia, come quest’ultimo, ed è uno dei profeti più arrabbiati. Chi ricorda il canto del “dies irae” delle messe dei defunti prima del Concilio legga Sof 1,14ss.! Il brano scelto per questa domenica (domenica “Gaudete”), invece, non tiene conto di quelle minacce. Anzi anticipa l’invito alla gioia della seconda lettura e dell’inno scelto al posto del solito salmo. In realtà le parole scelte sono uno sviluppo posteriore al profeta. Ma prima di queste c’è un messaggio di speranza autentico, che esse vogliono completare – Sof 3,12 – sul popolo povero lasciato nel castigo: era una risposta, data dallo stesso profeta all’obiezione sul perché dei castighi ai poveri che sono innocenti. Ma non sarà il caso di tener presenti anche le minacce in questa pandemia? Del resto, tutti si entusiasmano per le prospettive di ripresa, lodata anche all’estero, mentre la povera gente s’accorge degli aumenti nel settore alimentare e in ogni altro settore, aumenti, che, con effetto domino, si estenderanno ancora, dopo Natale. La gioia è meglio chiederla al Signore, senza illudersi per quella mondana.

Cant. Is 12,2-6

La scelta del cantico di Isaia al posto d’un salmo è importante. Chiude la raccolta delle profezie del cosiddetto “Libro dell’Emanuele”. E’ come un invito a leggerle: Is 7,14ss.; 9,1-6; 11,1-9. Quest’anno leggeremo solo la seconda, nella notte di Natale, ma è un peccato dimenticare le altre, nelle feste natalizie. Vi è anche il cenno all’ira di Dio, subito contrastata dalla salvezza e conclusa anche qui con l’invito alla gioia, quella che chiediamo a Dio per un Natale così minacciato.

Fil 4,4-7

Il tema dominante dell’invito alla gioia lo dà il brano della lettera ai Filippesi (è un peccato leggerne solo pochi vv.). Paolo in catene invita alla gioia. E’ una gioia che non è incompatibile col dolore. E’ una serenità, se non gioia, che non hanno quelli che cercano le gioie del mondo, l’alcool, la droga, i divertimenti contrari alla legge di Dio. E’ la serenità di coloro che sono vicini a chi soffre, che hanno amabilità. E’ lì che c’è la vera pace natalizia, che dobbiamo diffondere senza preoccuparci di usare le espressioni “laiche”, suggerite ora in Europa.

Lc 3, 10-18.

Il racconto di Luca sull’attività di Giovanni Battista, oltre all’introduzione storica e la sgridata “razza di vipere” (1,7ss.), già ricordata domenica scorsa, ha anche la peculiarità della predica alle varie categorie: quella di aiutare i poveri, di vestirli e sfamarli, e di fare bene il proprio dovere. Il discorso conclusivo, sulla differenza tra il battesimo di Giovanni e quello di Gesù è simile a quello degli altri vangeli, compreso il quarto, che ne parla più diffusamente in due momenti (in Gv 1 e 3; qui, dopo il discorso con Nicodemo, vien detto che anche Gesù battezzava, 3,22, ma poi si precisa che lo facevano i suoi discepoli, 4,2). Il rinnovamento del nostro battesimo, quello che Gesù impone dopo la sua morte e risurrezione, si fa per Pasqua, ma una confessione aiuterebbe anche a Natale a entrare nello spirito penitenziale dell’Avvento. Nel quale, stando alle nostre letture, siamo invitati ad ascoltare anche le sgridate divine, che non siamo più abituati a sentire. Sembra che tocchino solo gli altri. Per noi solo la misericordia o “tenerezza”. Come se i papà e mamme, che ogni tanto sgridano i figli, non li amassero lo stesso (o forse di più).