Commento alle Letture della 2° Domenica di Avvento a cura di don Enzo Cortese

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2° Domenica di Avvento

-Bar 5,1-9

Il libro non è nella Bibbia ebraica. E’ deuterocanonico. C’è in quella greca, ma sembra sia del sec. I° a.C. (Baruk era il segretario di Geremia: sec.VI a.C.). Ci sono nel testo delle belle riflessioni, specialmente quelle del cap. III, sulla Sapienza inaccessibile che s’incarna in Israele; sono tra le letture della veglia pasquale. Secondo l’introduzione, Baruk sarebbe finito in esilio. Al suo maestro i Babilonesi avevano risparmiato il castigo, ma il gruppo superstite, per paura d’altri guai, se l’è portato via, in Egitto (Ger 43). In Baruk si vede quali fossero le preghiere e le riflessioni degli Ebrei in esilio, ma da lì in poi, esse hanno fatto un lungo cammino, fino a Gerusalemme, per dei secoli. Se è giusta la datazione del I° sec.a.C., si capisce anche perché nel nostro testo non ci sia attesa messianica, nonostante la promessa del ritorno. Alla fine del secolo precedente i Maccabei, col terzo fratello, Simone, avevano raggiunto sia il sommo sacerdozio che la regalità, ma non erano discendenti di Giuda (Davide), erano di stirpe sacerdotale, levitica. La dinastia asmonea di quel tempo poi si logora, finchè arriva Erode, addirittura un Idumeo: Edom era stato il peggior vicino d’Israele. In Bar 5,5s. si annuncia il ritorno da Babilonia come nel Sal 126. Può essere questo il motivo della scelta. Ma le riflessioni, fin dalla fine di Bar 4 echeggiano le profezie della parte centrale di Isaia. Forse Baruk, in esilio, le aveva sentite anche lui dal profeta anonimo, prima che fossero messe nel libro di Isaia.

-Sal 126

Fa parte del gruppo dei salmi delle ascensioni (Sall 120-134) recitati dai pellegrini che “ascendevano” a Gerusalemme. Suppone e descrive il ritorno dalla schiavitù babilonese. Col brano di Baruk completa la descrizione, che è la cornice del tema di questa domenica: la conversione, cioè il liberarsi dalla schiavitù del peccato e ritornare a Dio:

-Fil 1,4-6. 8-11.

Paolo amava e si sentiva amato e aiutato dai Filippesi, la prima comunità fondata in Europa, al suo secondo viaggio missionario, come narrato in At 16. La Chiesa ha scelto questa pagina, molto affettuosa, perché ci esprime altrettanto affettuosamente la sua sollecitudine e il desiderio che ci prepariamo bene al Natale. E’ opportuno guardare anche l’omesso v.7, cenno alle catene dell’apostolo, poi menzionate ripetutamente nel discorso. Sembra una prigionia anteriore a quella di Roma; forse a Efeso, dove Paolo ha speso tanto tempo e fatiche per formare l’altro centro cristiano, in Turchia, sul mare Egeo, di fronte a quello di Corinto, in Grecia.

-Lc 3,1-6

Lasciando i capitoli dell’infanzia di Gesù per l’ultima domenica d’Avvento e il tempo natalizio, cominciamo Lc dal cap 3, con la più ampia inquadratura storica sugli inizi della vita pubblica di Gesù e la predicazione di Giovanni Battista. Questa si basa sul messaggio del citato profeta anonimo del secondo Isaia, a partire da Is 40. Qui e nella III domenica campeggia la figura, penitente e potente, di Giovanni, come modello della penitenza da farsi ora, in Avvento. Bisogna però precisare la terminologia: si richiede la “conversione” più che la penitenza; questa, in italiano, ha un significato un po’ diverso. La parola greca originale è metanoia, che andrebbe tradotta “smentalizzazione” o “pentimento”. I traduttori usano “conversione” perchè si basano sul termine analogo ebraico  ”shub”= ritorno (si veda p. es. Ger 3,14), tornare indietro (è usato anche in certe manovre automobilistiche: conversione a U), ritorno a Dio dalla schiavitù del peccato. Si recupera così il senso della cornice iniziale: ritorno da Babilonia alla città di Dio! Il linguaggio di Giovanni Battista è stranamente violento: razza di vipere ecc. (eco delle primitive polemiche tra Cristiani ed Ebrei?), ma dobbiamo lasciarci interpellare anche noi, anche nell’attuale pandemia, che potremmo interpretare come una minacciosa ammonizione di Dio per i nostri peccati, senza abbandonare la speranza della sua misericordiosa tenerezza natalizia.

Don Enzo Cortese