XXXIII domenica T.O. – 14 novembre 2021 (prof. Marco Forin)

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«Allora vedranno il figlio dell’uomo venire sulle nubi». (Mc 13,26).
Il Vangelo di Marco di questa domenica ci propone un brano difficile che
riporta alcuni detti di Gesù riconducibili alle ultime fasi della sua vita terrena.
Il linguaggio di questa sezione è tipico dell’apocalittica, un genere letterario molto conosciuto e amato dagli autori biblici ma decisamente ostico per il lettore contemporaneo. Gli elementi essenziali per capire questo brano sono di due tipi: da un lato abbiamo la simbologia cosmica per cui si utilizzano elementi riconducibili alla natura per manifestare la potenza di Dio. Gli
elementi cosmici (cielo, nubi, Sole, Luna, stelle, eccetera) sono rappresentati in una condizione non naturale, contemplati in un momento di
sconvolgimento differente dallo status quo delle cose. Possiamo ricondurre
questa descrizione di Gesù alle antiche manifestazione di Dio nell’antico testamento; Gesù sembra dirci che il suo ritorno alla fine dei tempi ricorda proprio quelle manifestazioni divine (teofanie) di cui parlavano i profeti.
D’altra parte abbiamo un elemento molto interessante e conosciuto, che trova la sua origine nella tradizione biblica: l’immagine del figlio dell’uomo che viene sulle nubi con potenza richiama immagini dell’Antico Testamento, in particolar modo del libro di Daniele. Questa figura, già nell’antichità era stata
interpretata come una immagine messianica, cioè come raffigurazione del Messia inviato da Dio per instaurare il regno definitivo di Dio sulla terra. Nel vangelo di oggi Gesù applica a sé queste categorie, manifestandosi ai suoi
discepoli come il Messia inviato da Dio e a lungo atteso dal popolo di Israele.
Troviamo una apparente contraddizione: da un lato Gesù sembra dirci che la
manifestazione del Messia in potenza è talmente vicina da compiersi nell’arco
della generazione dei suoi contemporanei, mentre subito dopo dice che quanto alle cose descritte nessuno sa quando avverranno ad eccezione di Dio Padre: è la dinamica ben conosciuta del “già e non ancora”, espressione per indicare che la salvezza portata da Gesù è già realtà compiuta in sé ma ancora
da realizzarsi nel ritorno di Gesù nella gloria. La fede cristiana è
caratterizzata dalla certezza che Cristo ha salvato il mondo attraverso la sua resurrezione; questo atto ha risollevato il mondo dall’oppressione del male e della morte e lo ha fatto una volta per sempre. Tuttavia la nostra esperienza quotidiana mostra ancora le ferite del dolore e è in attesa di un’ulteriore
manifestazione di Dio alla fine dei tempi in cui si sanerà ogni piaga e guarirà ogni ferita. Ecco perché la nostra fede non può essere una fede statica ma deve essere dinamica, in trepidante attesa del compimento definitivo.

Per la preghiera e la riflessione
Certi della salvezza già compiuta in Gesù ne attendiamo la piena venuta.