“Immaginare la Chiesa di domani” – la Lettera Pastorale 2021/2022 di S.E. Mons. Luigi Testore

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Carissimi,

lo scorso anno, nel momento più difficile della pandemia, abbiamo provato a riflettere sul tema della Eucaristia, come centro essenziale della nostra vita cristiana. Quest’anno vorrei con voi proseguire quella riflessione cercando di domandarmi quali, nonostante tutto, sono stati gli effetti positivi di questo tempo strano e difficile che abbiamo vissuto.

Una cosa che tanti mi hanno indicato e che mi sembra utile rilevare è il fatto che molte persone e famiglie hanno riscoperto la gioia di riunirsi e pregare insieme.

Alcuni hanno imparato a leggere la Parola di Dio e meditarla in casa. Una cosa importante. Si era abituati ad ascoltare le letture bibliche quasi esclusivamente in chiesa durante la celebrazione domenicale. Un ascolto che è spesso anche inevitabilmente distratto.  Scoprire e mettere la Parola di Dio al centro della propria vita cristiana può essere un passaggio essenziale per ciascuno di noi.

Può servire anche a noi l’esortazione di Paolo alla comunità di Colossi:

 “Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!  La Parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.”  

A questo punto desidero richiamare due brevi riflessioni. La prima, di carattere storico, è del Card. Walter Kasper, mentre la seconda, più sapienziale, è di Papa Francesco.

Scrive il Card. Walter Kasper:

 «La chiesa non è mai stata solo un’istituzione strutturata in modo gerarchico e compaginata territorialmente in diocesi e parrocchie sparse in tutto il mondo. Nel Nuovo Testamento, accanto alla chiesa locale e alla chiesa universale, troviamo anche chiese domestiche. Secondo il racconto degli Atti degli apostoli la giovane chiesa era organizzata in forma domestica (cf At 2,46; 5,42). I membri avevano tutto in comune, spezzavano insieme il pane nelle loro case e prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore (cf At 2,44-46). Avevano un cuor solo e un’anima sola (At 4,32). Anche nelle Lettere di Paolo si applica spesso il termine “chiesa” alle comunità domestiche (cf 1Cor 16,19; Fm 2; Col 4,15).

In seguito, la concezione della chiesa domestica si è conservata e sperimentata fino ai nostri giorni, soprattutto nei periodi di persecuzione. Troviamo anche questa concezione in varie chiese libere. Il Concilio Vaticano II ha riscoperto la chiesa domestica. Naturalmente l’antica designazione della “casa” non si può applicare alla nostra attuale famiglia nucleare. La casa antica comprendeva non solo i membri della famiglia –quelli che oggi costituiscono la famiglia nucleare – ma anche altri parenti, gli amici legati alla casa, gli ospiti di passaggio, gli schiavi, quelli che oggi chiamiamo la servitù o i dipendenti. Come mostra la Lettera a Filemone, gli schiavi diventati cristiani erano accolti come fratelli nella cerchia degli amici. Così si relativizzarono all’interno e si superarono con il passare del tempo le diversità di classe e la condizione sociale. E si modificarono anche i ruoli dei sessi allora abituali. In molte comunità domestiche le donne giocavano un ruolo decisivo. Questo può aver contribuito a far sì che il cristianesimo delle origini avesse una notevole forza di attrazione per le donne del ceto alto.

La chiesa domestica intesa in questo senso più ampio era il luogo di raduno della comunità. Essa aveva i tratti di un circolo di amici e di conoscenti» (Walter Kasper, La gioia del cristiano, 2019).  

Papa Francesco, nel corso dell’Udienza del 18 maggio 2013 dedicata alla famiglia, diceva:

 «Io ho avuto la grazia di crescere in una famiglia nella quale si viveva in modo semplice e concreto; ma è stata soprattutto mia nonna, la mamma di mio padre, che ha segnato il mio cammino di fede. Una donna che ci spiegava, ci parlava di Gesù, ci insegnava il catechismo. Ricordo sempre che il Venerdì santo ci portava alla processione delle candele, la sera; alla fine di questa processione arrivava il “Cristo giacente”, e la nonna, a noi bambini, ci faceva inginocchiare e ci diceva: “Guardate, è morto, ma domani risuscita”. Ho ricevuto il primo annuncio cristiano proprio da questa donna, da mia nonna. È bellissimo, questo! Il primo annuncio in casa, in famiglia! E questo mi fa pensare all’amore di tante mamme e di tante nonne nel loro ruolo di trasmissione della fede. Sono loro che trasmettono la fede. Questo avveniva anche nei primi tempi, perché San Paolo diceva a Timoteo: “Io ricordo la fede della tua mamma e della tua nonna” (cf 2 Tm 1,5). Tutte le mamme che sono qui, tutte le nonne, pensate a questo! Trasmettere la fede. Perché Dio ci mette accanto delle persone che aiutano il nostro cammino di fede. Noi non troviamo la fede in astratto; no! È sempre una persona che predica, che ci dice chi è Gesù, che ci trasmette la fede, ci dà il primo annuncio. E così è stata la prima esperienza di fede che ho avuto».

 

UNA COMUNITA’ CHE ASCOLTA LA PAROLA E PREGA

 

Penso a una comunità cristiana che riesca a fare questo passaggio, che impari a riunirsi anche a livello familiare, che trovi occasioni comuni di preghiera, di  riflessione e possa davvero crescere ed edificarsi.

Abbiamo bisogno anche noi che la parola di Cristo dimori tra noi abbondantemente perché è solo mettendoci in ascolto di Lui e del Vangelo che possiamo meglio capire il significato della nostra scelta di cristiani e quindi anche riscoprire il valore e l’importanza di aderire alla comunità cristiana e di costruire insieme l’esperienza della Chiesa.

 

Se però il periodo di emergenza sanitaria ci ha costretto a limitare molto le occasioni di incontro con gli altri e a vivere questa dimensione soprattutto a livello familiare, possiamo pensare che in tempi normali questa modalità possa estendersi ad un ambito più ampio e aiutare le nostre comunità a crescere nella preghiera e nell’ascolto della Parola anche al di fuori della celebrazione eucaristica domenicale.

Siamo infatti una Chiesa – non solo a livello diocesano, ma anche a livello nazionale ed europeo – in forte trasformazione, che ha bisogno di leggere il cambiamento epocale che viviamo e tradurlo in novità e scelte concrete.  Ricordo le significative parole che Papa Francesco pronunziò a Firenze in occasione dell’Incontro con i rappresentanti del V convegno nazionale della Chiesa italiana del  10 novembre 2015: «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo».

Non per altro il Papa ci ha fortemente invitato ad aprire un percorso sinodale in cui camminare e riflettere insieme sui cambiamenti necessari alle nostre comunità per affrontare il tempo che ci è dato.

Siamo una Chiesa che deve abbandonare un suo stile troppo clericale e riscoprire alcuni aspetti essenziali delle sue origini.

Per questo è importante che le nostre comunità acquistino una dimensione più dinamica e cerchino di scoprire i vari ministeri che le possono arricchire.

Abbiamo la fortuna di avere già nelle nostre parrocchie molti catechisti e catechiste che svolgono un compito essenziale e che potrà essere nel tempo ancor più riconosciuto, anche a partire da quanto dice il Papa nella Lettera Apostolica Antiquum Ministerium, con la quale si istituisce il ministero di catechista.  Ma dobbiamo pensare che anche altri impegni possano essere adeguatamente valorizzati, ad esempio il servizio svolto dai Consigli Pastorali, che hanno bisogno di trovare sempre più un ruolo centrale nella nostra vita comunitaria, come pure i Consigli per gli Affari Economici.

 

DUE ESPERIENZE

Anni fa ero andato in Brasile a trovare un amico missionario. Trovandomi lì di domenica mi è stato chiesto se ero disponibile ad andare a celebrare Messa in una parrocchia momentaneamente priva di parroco. L’ho fatto volentieri e per me è stata una esperienza molto interessante.  Si trattava di una parrocchia con quasi 100 mila abitanti nella periferia di S. Paulo, dove il parroco era assente da circa tre mesi.

Ho trovato una comunità per nulla scoraggiata dall’assenza del prete, dove tutte le attività erano a pieno ritmo. La chiesa strapiena non si aspettava di avere la celebrazione eucaristica; avrebbero come le altre domeniche vissuto insieme la liturgia della Parola e non ci sarebbe stato neanche un diacono a presiederla. I catechisti si erano già preparati le riflessioni da proporre all’assemblea, quindi io, dopo una breve omelia, ho lasciato spazio a loro, anche perché il mio portoghese non era particolarmente fluido. Ma quello che mi ha colpito di più è stata la riunione del Consiglio Pastorale dopo la Messa. Ciascuno riferiva su come andavano le varie attività parrocchiali: la catechesi, la liturgia, la carità, la visita ai malati, gli incontri nei vari quartieri della parrocchia.  Tutto era in mano a dei responsabili laici e la vita parrocchiale funzionava perfettamente.  Ho chiesto loro se questo fosse specificamente dovuto all’assenza del parroco, ma mi hanno detto che la parrocchia aveva sempre funzionato così: il prete si era solo occupato della preparazione dei catechisti e degli altri responsabili e della predicazione di giornate di ritiro o dell’insegnamento nelle attività di formazione.

Un’altra simile esperienza l’ho vissuta in Africa a N’Djamena, la capitale del Tchad, dove un parroco, per un suo impegno improvviso, mi ha chiesto di sostituirlo nella preparazione dell’omelia domenicale con i catechisti. Era una parrocchia cittadina che guidava anche una decina di comunità rurali sparse nella regione circostante.

Tutti i giovedì il capo catechista di ogni comunità veniva in città e si riuniva con il parroco e gli altri per preparare l’omelia sulle letture domenicali che poi ciascuno avrebbe portato nelle varie chiese dei paesi.

Lì la cosa era facile dal punto di vista linguistico perché con i catechisti anche il parroco locale parlava francese, ma ho scoperto con sorpresa che loro arrivavano all’incontro già preparati e non si aspettavano che fossi io a dire loro come predicare; mi dicevano quello che avevano pensato loro e cosa avrebbero voluto dire, chiedendo se era corretto e se io avessi eventualmente delle osservazioni da fare.

 

IL CAMMINO SINODALE

Racconto questi due episodi non certo pensando di poter ripetere qui esperienze di vita ecclesiale legate ad altri contesti e culture, ma pensando a quanto sia necessario per noi trovare modalità nuove nel nostro cammino ecclesiale.

Per questo sarà importante anche nella nostra Chiesa locale lavorare per il cammino sinodale e coinvolgere un po’ tutti nel discernere ciò che il Signore chiede a noi e alla nostra Chiesa di Acqui per continuare il cammino oggi e nel prossimo futuro. Una Chiesa che dia più spazio alla preghiera e alla riflessione personale e familiare, comunità aperta ai bisogni degli altri e al servizio di carità, ma anche capace di coinvolgere tutti in una vera corresponsabilità ecclesiale. Questo non sminuisce le responsabilità e i compiti dei ministri ordinati, ma valorizza il loro ruolo.

Dobbiamo perciò pensare di passare da una Chiesa basata essenzialmente sulla figura del parroco ad una comunità in cui si possa valorizzare il carisma di ciascuno e in cui ciascuno possa sentirsi veramente corresponsabile nella vita comunitaria.

 

Per questo il cammino sinodale della Chiesa Italiana vuole partire dal basso, dall’ascolto delle persone, anche di chi non è un frequentatore assiduo, per capire che tipo di comunità cristiana vogliamo essere, quali sono le cose che la tradizione ecclesiale ci ha tramandato e che facciamo ormai fatica a vivere, e quali invece le novità che dovremmo saper costruire.

Sarà necessario coinvolgere in questo percorso sinodale in modo particolare i giovani del nostro territorio.

 

Qualcuno pensa che siano pochi, ma in diocesi si trovano delle esperienze di presenza giovanile importanti. Non solo l’Azione Cattolica con le sue iniziative estive a Garbaoli, che coinvolge molti adolescenti e giovani, e i gruppi Scout presenti in zona: ci sono anche molte altre realtà locali con gruppi di giovani impegnati nelle attività educative. Sarebbe bello poter convogliare tutte queste energie nel cammino sinodale per provare ad immaginare la Chiesa del futuro.

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Per fare questo non è necessario stravolgere le nostre tradizioni. Sarà però utile non guardare solo alla vita della Chiesa negli ultimi secoli. Fortunatamente la nostra è una storia ben più lunga e potremo quindi attingere all’esperienza delle prime comunità cristiane, alla forza missionaria della Chiesa nel primo millennio, alla dinamicità del periodo medioevale, senza ovviamente dimenticare il cammino fatto dopo il Concilio di Trento, ma con la consapevolezza che oggi il nostro vero punto di riferimento è il Vaticano Secondo, che dopo più di cinquant’anni non ha certo esaurito la sua forza propulsiva e deve essere in qualche modo ancora assimilato dalla Chiesa del nostro tempo.

Vogliamo intendere questo nostro impegno con l’occhio del disincanto e della fiducia di chi sa cogliere indizi di speranza tra cose nuove. Ci è d’aiuto, ancora una volta, Papa Francesco, quando scrive nel suo documento programmatico:

«La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere (cfr Gv 16,22). I mali del nostro mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore. Consideriamoli come sfide per crescere. Inoltre, lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: 

“Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai […] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa”» (Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 84).

 

QUALCHE IMPEGNO PER L’ANNO PASTORALE

In attesa di iniziare in modo specifico il percorso sinodale, secondo le indicazioni che la Chiesa Italiana vorrà proporre, potremmo iniziare a lavorare insieme sulle tematiche che ho brevemente accennato in questo scritto.

Potremmo provare a ragionare insieme su:

1. Come sviluppare la dimensione di preghiera comunitaria e di ascolto della Parola nelle nostre parrocchie al di fuori della celebrazione eucaristica.

 

2. Come far crescere la dimensione ministeriale nelle nostre comunità e quindi come valorizzare il servizio laicale con tutte le sue potenzialità.

 

3. Come immaginare la Chiesa del futuro nel nostro territorio, con quali energie e risorse umane, con quale progetto di presenza attiva e di missionarietà.

 

Sarebbe interessante se tutte le nostre parrocchie provassero con molta semplicità a ragionare e dialogare su questi punti, coinvolgendo soprattutto i giovani e i giovani adulti, anche quelli non immediatamente e direttamente impegnati nelle attività parrocchiali. Raccogliendo le riflessioni e le indicazioni di questo percorso sarà poi più facile fare anche un lavoro sinodale a livello diocesano e poter così contribuire all’impegno di tutta la Chiesa Italiana.

Ringrazio tutti coloro che vorranno accogliere questo invito, mentre invoco su tutti la protezione e la benedizione di S. Guido e di Maria Nascente.

 

8 Settembre 2021                                                                                     

 

                                                                  + Luigi