XXIII Domenica T.O. – Anno B – 5 Settembre 2021 (prof. Marco Forin)

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«Pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa
parlare i muti!”». (Mc 6,37 – cf. Is 35,5).
Il vangelo di questa settimana riporta il noto episodio della guarigione di un sordomuto, nella regione straniera della Decapoli. La fama di Gesù lo
precede, come spesso accade nel vangelo di Marco, e quando la folla lo vede:arrivare lo circonda e gli porta malati da guarire. Non è irrilevante che il malato da guarire sia un sordomuto, almeno per i contemporanei di Gesù: c’è infatti un richiamo ad un testo ben noto dell’Antico Testamento, tratto dal:profeta Isaia, citato nello stesso Vangelo di oggi, in cui si profetizza che all’arrivo del Messia si vedranno segni del tutto straordinari, in particolare
guarigioni miracolose. Ancora una volta occorre richiamare alla mente che la guarigione non è mai un atto magico o un evento autocelebrativo di Gesù nel vangelo, bensì un indicatore salvifico, specificatamente messianico: è la
manifestazione della salvezza che Dio vuole proporre al suo popolo
attraverso un suo inviato. La malattia fisica nell’Antico Testamento era
considerata una punizione di Dio e, evidentemente, la guarigione dalla
malattia portava con sé i crismi della riconciliazione con Dio stesso. Il fatto che Gesù operi guarigioni va dunque inteso nel suo contesto storico e;teologico più ampio: quello della presenza del Dio in mezzo al suo popolo,;l’Emmanuele (Dio-con-noi) profetizzato dallo stesso Isaia. Si deve notare che
il vangelo di oggi è ambientato nel territorio della decapoli prevalentemente
abitato da popoli non ebrei e dunque pagani. Sfogliando i vangeli, in
particolar modo Luca e Marco, ci si accorge fin da subito che l’apertura
salvifica di Gesù nelle sue parole, nei gesti e nelle guarigioni, va oltre il concetto messianico atteso dal popolo ebraico e rivolto esclusivamente a loro,
stirpe eletta, figli di Abramo. Gesù a più riprese opera a favore di uomini e
donne non ebrei: questo ad indicare la portata universale della messianicità di Gesù. Ultima annotazione: la parola “effatà” significa “apriti”. E’ una delle poche parole in lingua aramaica presenti nei vangeli ed è probabilmente una
parola che dobbiamo far risalire nel suo uso proprio alla bocca dello stesso:Gesù. Nella liturgia cristiana si usa ancora oggi nel rito del battesimo quando il sacerdote, segnando orecchie e bocca del bambino, prega su di lui affinché
attraverso le sue orecchie possa ascoltare il messaggio del vangelo e
attraverso la sua bocca proclamarlo. In un certo senso, se ci pensiamo bene, siamo tutti dei miracolati, attraverso il battesimo assimilati a quel pagano cui il Cristo ha donato udito e voce.

Per la preghiera e la riflessione
Rifletto sul miracolo dell’effatà e ne accolgo il dono di salvezza.