IV domenica di Pasqua – Anno B – 25 aprile 2021 (prof. Marco Forin)

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«Il sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono
me». (Gv 10,14).
L’immagine di Gesù pastore è molto cara alla tradizione cristiana e viene
frequentemente rappresentata nell’iconografia per via della sua immediatezza.
Anche un fanciullo può comprendere facilmente il significato dell’immagine:
Gesù si prende cura di ciascuna delle sue pecore – metaforicamente di ogni
uomo sulla terra – e se ne fa carico fino a caricarsela sulle spalle. Addirittura il testo del vangelo di oggi forza la mano e giunge a dire che il pastore dà la vita per le proprie pecore. Nel capitolo 34 del libro di Ezechiele, troviamo un
lungo oracolo del profeta che insiste sull’immagine del pastore: inizialmente l’oracolo viene rivolto dal profeta ai pastori di Israele, probabilmente:riferendosi alla classe sacerdotale o comunque alla classe dirigente che nel corso dei secoli non si era presa cura del popolo che il Signore chiama “il mio:gregge”; costoro, tradendo la fiducia di Dio e il ruolo cui erano pervenuti, si
erano preoccupati esclusivamente dei loro affari. La conseguenza di questo
disimpegno, secondo il profeta, è stata che il gregge è stato attaccato dai lupi e disperso. La soluzione al problema è Dio stesso che verrà di persona a prendersi cura del suo gregge disperso levandolo dalla custodia dei pastori di
sempre; questi verranno ricusati perché incapaci e inetti. In un terzo
passaggio nel testo di Ezechiele, il Signore annuncia l’arrivo di un nuovo
pastore, discendente di Davide, che pascerà le pecore in nome suo e le
condurrà verso un’era di pace e benessere. Gesù sente su di sé il peso di quella profezia e la comunità credente che si raduna intorno a lui lo riconosce pienamente come il pastore preannunciato da Ezechiele.
Nel vangelo di oggi e nel suo richiamo anticotestamentario, troviamo il
suggerimento per riflettere sul rapporto che c’è tra la cura di qualcuno cui si vuole bene e la fiducia e la libertà che sono proprie di un vero rapporto di
amore. Dio che ama suo popolo non può non desiderare per esso il bene e la
libertà e non può che volere per gli uomini delle guide che gli consentano di vivere nella pace e nella serenità. Ma nella storia questo rapporto di fiducia viene tradito dagli uomini: capi violenti, governanti inetti, clero che tradisce
il suo mandato, sono stati nella storia piaghe peggiori delle calamità naturali.
Ecco allora che l’unigenito Figlio di Dio diventa l’unico cui affidare il
compito di guida per l’umanità; tra il Padre e il Figlio il rapporto è di totale amore e dedizione: il Figlio non potrà mai tradire il compito di pastore buono designato fin dall’origine, compito che in lui trova il compimento perfetto.
Gesù è il nostro pastore ‘bello’: riponiamo in lui la nostra fiducia.

Per la preghiera e la riflessione
Guardo a Gesù come guida mandata dal Padre ad accompagnare il suo
popolo verso la pace.