Santa Pasqua 2021 – le omelie del Vescovo S.E. Mons. Luigi Testore

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Domenica delle Palme
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Dopo che lo scorso anno a causa della pandemia non abbiamo potuto celebrare pubblicamente le liturgie pasquali, è per noi una gioia rinnovata quest’anno poter vivere insieme le celebrazioni di quella che è  la festa più importante per noi cristiani.

La domenica delle Palme, come è tradizione, ci fa iniziare il cammino della Settimana Santa e con la lettura della Passione ci apre lo sguardo sugli avvenimenti che celebreremo nel triduo tra giovedì e domenica.

Quest’anno vorrei fermare l’attenzione in modo particolare sull’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. La lettera pastorale dell’estate scorsa aveva come tema la riscoperta dell’Eucaristia  come culmine e fonte della nostra vita cristiana, proprio perché venivamo dal lungo periodo in cui non era stato possibile vivere insieme le celebrazioni.  In quella lettera avevo cercato di richiamare l’importanza essenziale  del gesto eucaristico nella nostra vita personale e nella vita delle comunità cristiane.  Ora che da tempo, sia pur con qualche cautela e limitazione, abbiamo ripreso la normale vita liturgica è forse ancora più importante approfondire  l’unicità e l’essenzialità del gesto di Gesù che costantemente viviamo.

Come abbiamo ascoltato nella lettura del Vangelo di Marco,  Gesù aveva molto desiderato di mangiare la Pasqua con i suoi discepoli.  Per la tradizione ebraica si trattava già di un gesto molto bello, da vivere insieme nel ricordo della partenza e della liberazione dall’Egitto. Per il popolo d’Israele un’occasione importante  per riscoprire l’amore di Dio che libera e salva. Gesù ha voluto vivere le sue ultime ore con i discepoli proprio nel contesto della Pasqua  per far capire loro che solo lui avrebbe potuto dare  la vera libertà, attraverso l’altare della croce.  Per spiegare questo Gesù nell’ultima cena ha spezzato il pane e ha distribuito il calice del vino dicendo ai discepoli che il dono totale della sua vita era la vera Pasqua, il passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà degli esseri umani.  Nel suo dono totale l’umanità poteva ritrovare il senso vero della propria esistenza  e un cammino di libertà nuova verso una autentica terra promessa , quella di una nuova alleanza con Dio per una umanità rinnovata dalla capacità di amare, che solo Gesù poteva insegnare davvero attraverso il dono della sua vita.

Ecco perché per noi rivivere la Pasqua è sempre tornare davvero al centro della nostra fede e rivivere l’Eucaristia è ogni volta la scoperta  di un amore donato che è più grande di noi, ma che ci trasforma  e ci rende capaci di cercare la nostra vera libertà.

Il gesto di Gesù nell’ultima cena lo si vive naturalmente attorno a questo altare, ma anche in ogni occasione in cui siamo in grado di amare e di servire. Per questo dicevo nella lettera dell’estate scorsa  che se anche può capitare una situazione in cui è impossibile celebrare l’Eucaristia, come è avvenuto nel periodo del confinamento, nulla ci può invece impedire di vivere la nostra capacità di amare, di servire e di donare.

Il dono sacramentale del gesto liturgico che viviamo   ci deve aiutare a vivere l’altra Eucaristia, che nasce dalla carità fraterna.  Ma le due cose sono strettamente connesse: non servirebbe celebrare l’Eucaristia se questo non ci porta ad amare  e, allo stesso tempo, uno spirito di servizio  che non nasca dal dono e dal gesto di Gesù rischia di non avere in sé la forza per essere vissuto fino in fondo. So bene che ci sono persone che si dicono non credenti e vivono grandi gesti di carità e di servizio. Ma quando è così ci troviamo di fronte a persone che sono cristiane senza saperlo. Più difficile è la posizione di chi si dice cristiano  e poi vive chiuso nel suo egoismo.

Questa celebrazione pasquale , come ogni anno, ci scuote profondamente  e ci invita a scoprire il mistero di Gesù  che ha dato la vita per tutti  e che ci chiede di seguirlo  sulla sua stessa strada.

La Settimana Santa  ci fa rivivere tutto il suo mistero d’amore  e ci invita quindi a cambiare le nostre prospettive  per imparare a seguire davvero Gesù.

Santa Messa Crismale
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Quest’anno, diversamente dallo scorso, possiamo celebrare insieme questa Messa Crismale nel contesto del Giovedì Santo ed è questo per noi un motivo di particolare gratitudine a Dio, perché questa celebrazione porta con sé una grande ricchezza che ci aiuta a vivere la nostra dimensione di Chiesa locale.

La benedizione degli oli ci apre al loro utilizzo nella vita sacramentale delle nostre comunità, a considerare quindi l’importanza dei sacramenti che costantemente celebriamo e a cogliere il profondo legame che tutti i sacramenti hanno con l’Eucaristia, che ne è il principio fondante. Per questo è significativo vivere questa celebrazione nel giorno in cui Gesù ha istituito l’Eucaristia.

Il Profeta Isaia, ripreso poi da Gesù nell’episodio di Nazareth riportato nel capitolo quarto di Luca, descrivendo il suo compito profetico dice: “Il Signore mi ha mandato”.  Possiamo pensare a come queste parole siano molto importanti per noi e per la Chiesa.  Isaia, Gesù e noi suoi discepoli ci sentiamo di essere e siamo mandati, abbiamo una missione.

Possiamo pensare oggi a cosa voglia dire questo per ciascuno di noi.  Ci è chiesto di prendere coscienza della nostra missione come Chiesa, della nostra missione come Ministri ordinati e della missione sacerdotale di tutta la comunità cristiana.

Prima di tutto c’è la nostra missione come Chiesa, che è spesso sottolineata da Papa Francesco. Una Chiesa chiamata ad essere aperta al mondo, capace di interpretare le fatiche e le gioie dell’umanità, chiamata a servire il cammino della storia .  Certo non possiamo essere una Chiesa chiusa in se stessa, che deve difendersi, ma una Chiesa capace di servire, che sa di avere un compito a favore di tutti gli esseri umani.

Anche noi ministri ordinati, e in particolare noi presbiteri che oggi rinnoviamo le promesse dell’ordinazione,  siamo invitati ad approfondire il senso della nostra missione. Il Signore ci ha mandato per annunciare speranza a chi è deluso, per aiutare i nostri fratelli e sorelle a capire che la vita ha un significato, a dire al mondo che solo l’amore può salvarlo. Credo sia bello per noi oggi riscoprire la gioia del nostro ministero, sentirci mandati per un compito di servizio essenziale per le nostre comunità e per il mondo.

A questa missione partecipa poi tutto il popolo di Dio che, costruendo la comunità cristiana,  diventa segno visibile  di una novità evangelica che può trasformare e migliorare la realtà umana.

Ecco perché è importante che tutti noi ci sentiamo inviati, comprendiamo cioè la nostra vocazione profonda di cristiani e di ministri ordinati  e cerchiamo di viverla con gioia e dedizione.

Giovedì Santo
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Siamo riuniti in questo Duomo stasera per rivivere ancora una volta l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. Gesù ha insegnato molte cose ai suoi nel tempo della sua vita pubblica, ma il vertice di questo insegnamento  lo ritroviamo proprio durante la cena pasquale in cui manifesta ai suoi  le cose più profonde in un discorso di addio che  li aiuterà a comprendere il mistero della croce e che già li apre alla novità del Risorto.

Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato sottolinea di questa cena un gesto particolare, quello della lavanda dei piedi, che è raccontato solo da quell’Evangelista. Giovanni parla molto ampliamente  dei discorsi di Gesù in quella circostanza, quando fa comprendere ai suoi che è giunta quell’ora  di cui più volte ha parlato. L’ora nella quale mostrarci il suo amore, l’ora del dono supremo di sé.  In quella notte in cui Gesù compie la scelta di donare tutto, sente la necessità di aprirsi, di confidarsi con i discepoli, di parlare loro del Padre, dello Spirito, di condividere con loro i segreti più profondi del suo cuore. Ma prima di iniziare questi discorsi di addio pone in atto questo gesto: si mette in ginocchio e lava loro i piedi. Un gesto che tiene addirittura il posto, nel Vangelo di Giovanni,  della istituzione dell’Eucaristia, perché sta a significare ciò che avviene nell’Eucaristia e ciò che avverrà sulla croce.

In questo gesto vediamo Gesù che si mette a disposizione di tutti gli esseri umani rivelandoci che Dio manifesta la sua onnipotenza e la sua libertà nell’apparente debolezza.  E ci chiede di imitarlo, ci insegna che attraverso un umile servizio di amore ai fratelli possiamo trasformare il mondo.

Questa verità noi tutti abbiamo potuto riscoprirla  anche in questo tempo difficile che stiamo vivendo. E’ stato questo tempo di pandemia un momento di maggior fatica, maggior solitudine, maggior tristezza per molti, ma anche il tempo in cui meglio si sono manifestate  le occasioni di dono e di servizio.

In quest’anno abbiamo potuto apprezzare ancor maggiormente  la forza del volontariato, che una delle maggiori ricchezze dei nostri territori. Abbiamo visto tante persone dedicare tempo ed energie per servire gli altri. Senza contare la dedizione totale con cui molti operatori sanitari  hanno vissuto il loro impegno quotidiano.

La solidarietà di molti ci ha aiutato a comprendere il valore cristiano essenziale dell’amore e del servizio.

Gesù dice:  “Vi ho dato un esempio , perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”.  Chi è discepolo di Gesù non può far altro che imitarlo. Ci sono mille modi di vivere l’umiltà del servizio agli altri, a cominciare dai propri familiari fino a chi si incontra per caso, ma nessuno può sottrarsi a questo impegno di servire l’altro perché è l’unico modo vero  di essere cristiani e di cambiare il mondo.

Questo Triduo Pasquale che oggi iniziamo ci lascia un segno profondo. Nel mistero pasquale intravvediamo una speranza e una novità che non possono lasciarci indifferenti. Capiamo che solo seguendo Gesù e  ripetendo i suoi gesti possiamo trovare la nostra vera libertà e la nostra felicità.

Venerdì Santo
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Quando viviamo insieme questo memento di celebrazione della Passione non possiamo far altro che lasciarci avvolgere e travolgere dall’ascolto di quanto è avvenuto .

Siamo presi dalla tristezza  e dalla situazione drammatica  che ogni anno riviviamo nel venerdì santo. Ci colpiscono molte cose in questo racconto. Ogni volta che si rilegge questo testo del Vangelo di Giovanni  si è toccati da qualcosa in particolare.

Quest’anno  ha attratto la mia attenzione quella parola che Gesù dice sulla croce: “Ho sete”.  Ho subito ripensato a tanti incontri avuti  con le suore di Madre Teresa di Calcutta.  Colpisce entrando nelle loro case in qualunque parte del mondo che in cappella si trova sempre un crocifisso con accanto la scritta in inglese “I thirst” , “Ho sete” .  E’ una espressione che oggi non useremmo più così, ma è tipica delle vecchie traduzioni della Bibbia. Santa Teresa di Calcutta ha voluto che fosse un po’ l’emblema e il simbolo di ogni casa delle sue suore.  Non so esattamente quale sia stato il motivo di questa scelta e cosa volesse comunicare Santa Teresa, ma immagino che volesse dirci che Gesù sulla croce ha sete della nostra carità.

Ho avuto la fortuna di conoscere molto bene Madre Teresa perché in una sua visita a Milano di quasi quarant’anni fa le ho fatto per alcuni giorni da autista e da interprete. L’incontro con una persona santa lascia una traccia profonda che resta per tutta la vita. Ricordo bene le preghiere che mi ha fatto recitare mentre la portavo in giro per Milano, ma mi sono sempre pentito di non averle chiesto  perché ha scelto questa parola di Gesù come punto di riferimento per la sua congregazione.  Certo è che le sue suore quando meditano il mistero della croce hanno davanti questa espressione.

Anche noi forse in questo venerdì santo possiamo domandarci come rispondere alla sete di Gesù, come metterci in meditazione profonda e in preghiera davanti alla croce e pensare che anche noi possiamo fare qualcosa per alleviare la sete di Gesù.  Ogni volta che avete fatto qualcosa per il più piccolo tra voi, l’avete fatto a me, ci ha detto Gesù.  Vuol dire che se  l’ amore totale e donato di Gesù sulla croce ha cambiato radicalmente e per sempre la condizione dell’umanità, anche i minimi segni d’amore che noi possiamo fare  partecipano di questo dono totale e nel loro piccolo cambiano la storia dell’umanità.

Per questo oggi davanti alla croce dobbiamo domandarci soprattutto quale sete siamo in grado noi di alleviare. La sete dell’umanità è grande, perché è sete di giustizia, di verità, di novità nelle relazioni tra le persone e i popoli. Nel mondo ci sono tante guerre e la gente ha sete di pace; ci sono tante povertà  e c’è quindi sete di una vita più dignitosa e più umana.

L’amore di Gesù sulla croce ci chiede di imparare a servire. Possiamo fare pochissimo. Anche le suore di Santa Teresa presenti in tutte le grandi città del mondo a servizio dei poveri possono fare molto poco, ma non possiamo non vedere che il loro amore cambia il mondo. Anche i nostri piccoli gesti veri cambiano il mondo e per questo chiediamo stasera a Gesù crocifisso  di donarci anche solo una briciola del suo amore perché possiamo anche noi cambiare il mondo.

Veglia Pasquale
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La Veglia Pasquale è nella tradizione cristiana la liturgia più solenne.  Fin dai primissimi tempi della Chiesa è questa la notte in cui preferibilmente  si inserivano i nuovi cristiani nella comunità e quindi  questa veglia è stata pensata come una catechesi, l’occasione per eccellenza in cui conoscere e capire la storia della salvezza.

Le letture, come abbiamo ascoltato, partono infatti dall’origine dell’umanità per scoprire progressivamente i doni di Dio, l’alleanza in Abramo, l’uscita dall’Egitto con l’istituzione della pasqua ebraica.  Ed è proprio nel contesto della pasqua ebraica che Gesù vive la sua passione e morte, cosa che i primi cristiani hanno subito letto come un segno molto forte. Se la pasqua e il passaggio del Mar Rosso è stato segno di liberazione per il popolo di Israele, questa nuova Pasqua diventa per tutta l’umanità il passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Passare attraverso l’acqua del battesimo è come attraversare il Mar Rosso per entrare in una nuova libertà, per costruire una umanità rinnovata, che può liberarsi dai suoi mali e costruire un mondo più vero.

Questa è per noi la Pasqua: Gesù dona la vita per noi e viene esaltato nella resurrezione. Con lui tutto l’essere umano, tutta l’umanità, risorge a vita nuova, vince la condizione di morte e si apre alla speranza della salvezza.

Ecco perché per noi è così importante rivivere ogni anno la Pasqua, perché in questa celebrazione capiamo qual è la nostra dignità e qual è il nostro progetto.

Certo, ogni volta che riviviamo il mistero della nostra salvezza non possiamo non interrogarci su quali conseguenze tutto ciò debba avere per noi. Noi che abbiamo visto i doni e il progetto di Dio, che nel battesimo siamo stati chiamati a una vita nuova, cosa dobbiamo fare per rendere concreto e operante tutto questo?

Intorno a noi c’è tutta l’incertezza di un momento di crisi, segnato dalla malattia e da una difficile situazione sociale, che diventa per noi anche crisi del nostro mondo, come lo abbiamo vissuto finora, quasi una crisi di identità  per ciascuno di noi.

In un tempo come questo ai cristiani è chiesto di portare speranza, che è certamente la speranza del Risorto e dell’eterno che possiamo testimoniare, ma è anche la speranza concreta del nostro vivere quotidiano. La speranza di chi sa che costruire il bene, farsi guidare dai valori del Vangelo, servire più che farsi servire, cambia il mondo.

I cristiani hanno cambiato la storia con l’annuncio evangelico  delle loro prime comunità, e possono cambiarlo oggi, cercando quella libertà e quella giustizia che nascono dal Vangelo e che  fanno superare le crisi del mondo. Questo forse non è il tempo in cui lamentarsi delle cose che vanno male, ma il tempo in cui fare scelte di novità che rendano le situazioni migliori.

Nella luce della Pasqua, abbiamo infatti iniziato la celebrazione passando dal buio alla luce, siamo invitati a  portare luce: voi siete la luce del mondo. Impegniamoci a non far spegnere la nostra luce.

Santa Pasqua
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Siamo chiamati oggi a celebrare e proclamare la grande gioia e il grande annuncio del Risorto.

La liturgia della Settimana Santa ci fa meditare profondamente il mistero della passione e della croce, ma poi ci invita a guardare al Risorto e a tutto il cammino di novità che ne deriva.

Leggendo oggi il Vangelo di Giovanni troviamo in particolare la figura di Maria di Magdala, che può diventare il nostro riferimento per questo giorno di Pasqua.

C’è in questa donna una lunga e faticosa ricerca che si conclude con un incontro e con un compito. All’inizio Maria di Magdala sta immobile presso il sepolcro vuoto e piange. Aver trovato il sepolcro vuoto dapprima è per lei un segno negativo. Non ha neppure un cadavere su cui piangere. Vorrebbe cercare la presenza di Gesù , ma i suoi occhi sono annebbiati dal pianto e non è in grado di trovarlo e di riconoscerlo.

Maria di Magdala è un po’ immagine di ciascuno di noi, che spesso cerchiamo la presenza del Signore, ma con uno sguardo troppo ristretto e facciamo quindi fatica  a riconoscerlo.

E’ però Gesù stesso che si farà riconoscere, che la chiamerà per nome e l’aiuterà in questa ricerca. Così Maria potrà esclamare “Rabbunì” , Maestro mio.  E allora il Signore le aprirà gli orizzonti e le affida anche un messaggio e un incarico.

Il mistero pasquale chiede a ciascuno di noi di fare questo passaggio: da una ricerca vaga a una scoperta concreta; dalla tristezza alla gioia; dall’incertezza al compito preciso che è affidato a Maria: “ va dai miei fratelli e dì loro…”

Potremmo pensare che Maria di Magdala sia anche immagine del nostro tempo, di una società confusa e smarrita, che vorrebbe capire le ragioni dei suoi mali, gli errori che ha commesso, però fa fatica  a cambiare la scala dei valori, a vivere maggiore fraternità e maggiore solidarietà. E’ una umanità alla ricerca del salvatore che spesso ancora non lo sa riconoscere.

Ma poi Maria raggiunge gli altri e potrà esclamare: “Ho visto il Signore”. Il suo diventa il grido di una comunità di credenti che proclama la sua fede nella forza della croce e della resurrezione. Se diamo spazio all’amore di Gesù diventiamo tutti  segno di questa novità. Non solo scopriamo e riconosciamo lui, ma possiamo accogliere l’incarico che ci è affidato, possiamo portare gioia agli altri, infondere speranza.

Ogni domenica noi celebriamo la Pasqua. Ogni volta che viviamo questa Eucaristia annunciamo la morte, il sacrificio di Gesù, e ne proclamiamo la resurrezione. Possiamo dire che il mistero della Pasqua permea poi tutta la nostra vita di cristiani.

Il Signore risorto accompagna il nostro cammino, se ne riconosciamo la presenza non siamo più soli. Nella sua presenza costruiamo assieme il cammino di novità della Chiesa. L’incontro con lui in  questa Pasqua ci ricorda un compito preciso che è affidato a ciascuno.