Domenica delle Palme – Anno B – 28 marzo 2021 (prof. Marco Forin)

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«Che bisogno abbiamo ancora di testimoni?». (Mc 14,60-64).
Il nostro sguardo oggi si ferma a contemplare Gesù messo alla sbarra dai capi dei;sacerdoti e dal Sinedrio che era la massima autorità collegiale del tempio di Gerusalemme. Costoro interrogano Gesù a proposito della sua divinità, cercando a:tutti i costi un pretesto per poterlo giudicare colpevole. Dopo che Gesù conclude la
testimonianza su se stesso, i sacerdoti lo ritengono colpevole di bestemmia: era un:reato che nella legge ebraica si puniva con la morte. La storia continua come ben
sappiamo: la condanna da parte di Pilato, la crocifissione, la resurrezione.
L’immaginario collettivo cristiano colloca i capi dei sacerdoti nel novero dei cattivi in quanto responsabili della crocifissione di Gesù. Raramente pensiamo che il loro
operato non fu altro che un’applicazione della legge, formale certamente, ma nel rispetto rigoroso di quanto scritto nella Legge di Mosè e interpretato dalla tradizione
ebraica. Se dunque dovessimo cercare una responsabilità oggettiva a quei sacerdoti:non la potremo trovare nel fatto che hanno applicato la legge: dovremo cercarla altrove. Se scaviamo poi nelle modalità, potremmo addirittura rimanere sorpresi
dalla bontà delle ragioni di quel tribunale: «meglio che muoia un solo uomo per il:popolo e non perisca la nazione intera». Il sommo sacerdote Caifa, che pronunciò:questa frase, e tutto il sinedrio erano spaventati all’idea che Roma fosse insospettita
dal movimento che seguiva Gesù e che scatenasse una repressione nel sangue per paura di una rivolta popolare. Era già capitato e più tardi nella storia capiterà di nuovo. Quale uomo di governo assennato, come era Caifa, non avrebbe pensato a salvaguardare la sua gente rendendo innocuo il sobillatore? Diamo Gesù in mano ai romani e la sete di ordine e disciplina cara agli imperatori sarà placata. In un certo
senso, pensando alle logiche di potere dei tempi antichi, nemmeno questo
atteggiamento è del tutto biasimabile. Ma se rileggiamo quella frase, quella in cui viene esplicitamente detto che non c’è più nulla da ascoltare, forse lì troviamo lo spunto per comprendere dove stia la responsabilità di quel consesso religioso: il rifiuto di comprendere il significato di quelle parole dette da Gesù. La gente intorno
a Gesù vedeva i miracoli, lo sentiva parlare, sapeva perfettamente che il messaggio di Gesù non era contro Roma ma chiedeva agli uomini del suo tempo di convertirsi per camminare con Dio sulla via della giustizia. Gesù predicava la vittoria sulla
morte, l’amore nei confronti del prossimo, la devozione profonda dell’animo a Dio.
Ma ai sacerdoti tutto questo non interessava: detta una frase a loro avviso sufficiente per essere incriminato, non vollero più ascoltare Gesù né chi avrebbe potuto parlare
loro di Gesù. Gesù è condannato dai responsabili della fede del suo tempo.
Tecnicamente furono i romani a condannarlo a morte ma i capi di accusa furono forniti dai sacerdoti del tempio che ottusamente non vollero ascoltare se non ciò che
era già stato da loro deciso a priori. I sacerdoti ignorarono il vento dello Spirito, ignorarono la misericordia di Dio che davvero avrebbe potuto mandare un Messia diverso dalle attese che comunemente si avevano. I sacerdoti seguivano rigidamente lo schema religioso fatto di pratiche, leggi applicazioni e interpretazioni. E noi?

Per la preghiera e la riflessione
Chiedo la luce per interpretare i segni della volontà di Dio oltre gli schemi.