IV domenica di Quaresima – Anno B – 14 marzo 2021 (prof. Marco Forin)

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«Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». (Gv 3,17).

La prima immagine che viene proposta nel Vangelo domenicale è quella del
serpente innalzato da Mosè nel deserto. nel libro dell’Esodo si narra che in un momento del lungo cammino che permise gli Ebrei di entrare nella Terra Promessa, il popolo di Israele si lamentò con Mosè per la scarsità del cibo e la durezza del viaggio. A causa di questa loro lamentela, Dio mandò loro dei serpenti velenosi che uccidevano con il loro potente morso. Quando il popolo si pentì di aver dubitato di Dio, Mosè pregò per il popolo e ricevette l’ordine
di costruire e levare sull’accampamento un serpente di bronzo affinché chiunque lo avesse guardato, se era stato morso da un serpente, sarebbe guarito. C’è una contraddizione in questo antico gesto rituale narrato nel libro dei Numeri: da un lato la rappresentazione di un animale di bronzo innalzato sull’accampamento fa pensare agli idoli delle antiche divinità dei popoli politeisti. Queste divinità forgiate da mani d’uomo non erano in grado di salvare nessuno Diversamente dalle divinità politeiste mute e impotenti, il serpente innalzato da Mosè salva ma non per potere proprio bensì perché è Dio stesso che lo ha voluto come strumento di salvezza. Il serpente sul palo è freddo come un idolo babilonese, ma la sua forza sta nella misericordia di Dio che lo rende per il popolo strumento di salvezza. La Mishnah, testo tradizionale ebraico, aggiunge un’interessante interpretazione: il potere di
guarigione di quel serpente era del tutto inefficace se non veniva posta la giusta intenzione da parte di chi lo guardava. Guardare senza capire quale fosse la finalità di quell’oggetto era, ai fini della guarigione dal morso velenoso dei serpenti venefici, del tutto inutile. Giovanni reinterpretavquell’episodio e lo applica a Gesù: nel suo discorso Gesù stesso adegua l’episodio biblico alla propria storia, attualizzandolo. Al posto dell’antico serpente appeso al palo Gesù offre se stesso attirando su di sé gli sguardi dell’umanità ferita dal peccato. Come l’antico simulacro egli può essere lì e
compiere la sua funzione di salvezza grazie alla misericordia che Dio dona
agli uomini: questa grazia non sarebbe possibile se non fosse la bontà
misericordiosa di Dio stesso a volerlo. Ma, differentemente dal serpente di rame che era stato innalzato in modo involontario e inconsapevole sulla croce, Gesù mette in gioco anche la propria volontà e accetta di essere appeso
per essere sorgente di salvezza. Il simbolo dell’antichità lascia spazio alla novità che caratterizza la morte fisica di Gesù: il serpente ha salvato
solamente gli uomini morsi dai serpenti mentre la morte di Cristo in croce è definitivamente e universalmente apportatrice di salvezza, una volta per tutte.

Per la preghiera e la riflessione.
Soffermo il mio sguardo su Gesù crocifisso salvezza dell’umanità.