III domenica T.O. – Anno B – 7 marzo 2021 (prof. Marco Forin)

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«Fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio». (Gv 2,15).
Gesù appare insolitamente violento in questo brano evangelico, unico nel suo
genere, tentiamo di capirne i motivi. Al tempo di Gesù ancora era in funzione la grande istituzione del tempio di Gerusalemme (sarà distrutto e mai più ricostruito nel 70 d.C.). Il tempio era l’unico luogo deputato all’offerta dei sacrifici. Secondo dei precisi rituali accuratamente descritti nella Bibbia nei
libri del Pentateuco, gli ebrei dovevano offrire sacrifici animali al tempio in determinate occasioni: ad esempio quando si partoriva un figlio, quando veniva il tempo di determinate feste nel corso dell’anno, quando si guariva da una malattia o quando si usciva da uno stato di impurità. Il sacrificio animale”consisteva nell’offerta di un determinato capo di bestiame o un volatile ed era
un modo cruento per tentare un percorso di avvicinamento verso Dio,
altissimo e onnipotente, cui apparteneva tutto il creato e a cui si facevano giungere gli aromi di un “sacrificio di soave odore” generalmente attraverso
la combustione totale o parziale dei sacrifici. Ai tempi di Gesù era un gesto del tutto normale, anzi, un atto di devozione spesso indispensabile per
favorire la riconciliazione dell’uomo con Dio. Negli spazi antistanti l’edificio del tempio, sostavano abitualmente venditori ambulanti che venivano incontro a due tipi di esigenze dei pellegrini che frequentavano il tempio: da
un lato i cambiavalute ritiravano le monete recanti l’effigie di vari imperatori romani fornendo al loro posto le monete del tempio; d’altra parte i venditori:di bestiame per i sacrifici fornivano la materia prima ai pellegrini affinché
questi potessero offrire un’offerta adeguata. Si trattava dunque di un servizio di pubblica utilità, indispensabile per il buon funzionamento del tempio e
delle sue liturgie. Ma Gesù ribalta i banchi e dice: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». Gesù non condanna;l’atto di devozione in sé ma la trasformazione di quell’atto in un
atteggiamento superfluo e commerciale, come se dalla qualità dell’acquisto di
un capo di bestiame dipendesse la qualità del rapporto con Dio. In verità,:l’unica vera offerta, l’unico vero tempio cui rivolgersi, l’unico e sommo:sacerdote cui affidarsi è Gesù. Egli stesso è vittima, sacerdote e altare sul:quale fondare la nostra fede. Non sono certo i nostri atti, per quanto:importanti, a causare la nostra salvezza, ma il suo dono, il suo amore, il suo:sacrificio. Ribaltiamo i banchi dei cambiavalute delle nostre sicurezze; religiose, cacciamo dal nostro cuore i mercanti di bestiame e le certezze di
poter da soli costruire la nostra salvezza e affidiamoci a Cristo, unico vero;tempio, unico vero Dio.

Per la preghiera e la riflessione:
Prego lo Spirito Santo che illumini di autentico senso spirituale i miei gesti
religiosi quotidiani.