II domenica Quaresima – anno B – 28 febbraio 2021 (prof. Marco Forin)

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«Fu trasfigurato davanti a loro» . (Mc 9,2).
Chissà quanto i discepoli furono consapevoli di cosa avrebbe significato quella salita al monte: a un tratto, verosimilmente senza aspettarsi nulla, si trovarono di fronte Gesù trasfigurato! Immaginiamoci lo stupore, i dubbi, la paura che quell’immagine dovette suscitare in loro. Gesù che fino a quel momento era stato per loro un saggio e magnetico maestro itinerante, assume caratteri divini: il corpo, il volto, addirittura le sue vesti splendono di splendore indicibile e il maestro, così radioso, dialoga con Mosè ed Elia. Siamo di fronte ad una presa di coscienza netta che la comunità cristiana dovette avere fin dai primissimi tempi riguardo a Gesù e ai suoi insegnamenti: egli si collocava in strettissima continuità con la storia del popolo di Israele e la rivelazione che Dio aveva attuato nei confronti del popolo eletto nei secoli. Mosè ed Elia, figure portanti della storia di Israele e della rivelazione biblica, emblemi della promessa di alleanza eterna che Dio volle stringere con il suo popolo Israele, sono qui ora a dialogare con Gesù. Questi si pone di fronte a loro come naturale conseguenza di quella promessa di salvezza. L’episodio ci mostra come i primi discepoli ebbero presto la netta consapevolezza che il Dio che ha agito fin dai giorni in cui il primo uomo ha calpestato il suolo è lo stesso che si manifesta in modo definitivo in Gesù; il progetto di amore e comunione che Dio ha avuto per Israele giunge al suo naturale compimento in Gesù. Giungiamo allora alle conseguenze. Prima di tutto le conseguenze immediate: i discepoli devono aver provato sensazioni contrastanti quali spavento, stupore, incredulità, inadeguatezza ma anche un senso di pienezza e di appagamento. Forse un’immagine che potrebbe aiutarci a capire i loro sentimenti è quella di un giovane che senza preavviso incontra per strada la ragazza di cui è follemente innamorato: batticuore, stupore, inadeguatezza, bocca secca, parole che escono strozzate per la gioia ma talmente fuori luogo da provarne immediato imbarazzo… Anche Pietro di fronte a quell’evento grandioso è inadeguato e parla a sproposito: “facciamo tre tende!”. Lui vorrebbe fermare il tempo ma non è possibile: fermarsi lì vorrebbe dire essere sterili e autoreferenziali. Pietro viene riportato alla realtà: Gesù deve portare a termine la sua missione, deve continuare a predicare il Vangelo, anche se questo lo porterà all’estremo dono della vita. Anche noi, che in questa domenica siamo chiamati a fare esperienza spirituale al Tabor con Gesù trasfigurato, non possiamo correre il rischio di voler egoisticamente godere di quella beatifica visione: è tempo di scendere e andare nel mondo ad annunciare il vangelo.      

Per la preghiera e la riflessione

Provo ad immedesimarmi nei tre discepoli al Tabor: cerco di comprenderne le emozioni, provo a immaginare cosa avrei fatto al loro posto.