IV domenica Avvento – Anno B – 20 dicembre 2020 (prof. Marco Forin)

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«Non temere, Maria». (Lc 1,30).
Il primo elemento che si può notare leggendo il Vangelo odierno è
l’introduzione che Luca premette all’episodio: impiega alcune righe per
precisare alcuni dati che collocano l’accaduto concretamente nella storia
dell’uomo e non al di fuori di essa. Luca sembra voler sottolineare che ciò che sta per raccontare non è avvenuto in un imprecisato empireo o in un luogo avulso dove dèi e semidei gestiscono capricciosamente le sorti del mondo. Ci viene presentata la figura di una giovane ragazza come tante, con un nome preciso, una storia simile a quella di moltissime altre della sua epoca; la storia
si colloca a Nazaret, un paese preciso ma come tanti altri, non
particolarmente significativo, certamente privo della velleità di passare alla storia. Eppure è proprio lì che si concretizza la meraviglia: nel consueto, nell’ordinario, nella quotidianità. Insisto su questo punto: se c’è un motivo per cui Maria è stata e continua ad essere icona di riferimento per il mondo cristiano è proprio la sua normalità, l’essere una come noi, spaventata ed
impaurita di fronte ad una esperienza mistica infinitamente più grande di lei ma disponibile ad accettare l’incarico più grande che un uomo può ricevere: essere dimora per Dio. L’aura un po’ patinata con cui spesso viene presentata non mi pare possa renderle pienamente giustizia. Se ci soffermiamo poi
sull’incontro tra lei e il messaggero di Dio, l’angelo Gabriele, ci accorgiamo di quanto Maria sia icona in cui tutti possiamo riconoscerci: il primo:sentimento di chi fa una esperienza di incontro con Dio non può che essere
quello del timore. Nei Salmi, nell’intera letteratura biblica, nella letteratura spirituale di tutti i tempi, ci viene raccontato che quando l’uomo incontra Dio è impossibile non essere colti da timore. La sua grandiosità non si può
rendere in un racconto, né per parlare di lui si possono usare parole umane.
Nell’ebraismo tradizionale quando si parla di Dio si utilizza l’espressione
kivjakol, che significa “se così si può dire” per indicare che per quanto un essere umano possa provare a parlare di Dio dovrà sempre riferirsi a lui per analogia, sapendo di approssimare, sperando di non sbagliare troppo. Ecco
dunque il timore di Maria: non la paura né lo spavento di chi non ha
speranza, bensì il timore di chi scopre la grandiosità di Dio in un incontro:intimo con la sua maestosità. Di fronte ad un incontro così grande Maria inchina il capo e dolcemente sussurra la sua disponibilità ad essere serva del Signore. Lo spavento lascia spazio alla fiducia e il suo corpo diventa tempio e
scrigno in cui Dio prende forma umana. Non è un gesto pazzesco, non è un
gesto eclatante. Non è che un sì, un semplicissimo “sì”. Con lei accanto non sarà difficile pronunciare il nostro, basta volerlo.

Per la preghiera e la riflessione.
Rileggo il vangelo odierno alla ricerca della quotidianità nella vita di Maria.