XXXIV domenica T.O. – Anno A – Cristo Re – 22 novembre 2020 (prof. Marco Forin)

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«Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura». (Ez 33,11).
La liturgia della chiesa celebra la conclusione dell’anno liturgico con una ricorrenza significativa in cui si celebra la sovranità di Cristo sull’universo.
Proprio come una corona in conclusione della vestizione di un sovrano, la
solennità di Cristo re è il coronamento dell’anno liturgico, una specie di sunto celebrativo in cui viene solennizzato l’aspetto escatologico, cioè relativo al
giudizio finale di Dio sull’uomo. Le immagini descritte nelle tre letture sono simboliche e altamente significative: la prima lettura prende spunto da immagini bucoliche legate al mondo della pastorizia, mentre la seconda lettura presenta una descrizione di come sarà la fine dei tempi nella visione di
san Paolo. Nel vangelo viene rappresentata una assise di tribunale il cui giudizio è severo e definitivo, senza appello: non tutti possono prendere parte alla vita eterna. Il popolo che viene sottoposto a giudizio è rappresentato da un gregge di ovini e caprini, richiamando i simboli del libro di Ezechiele.
La letture prese nel loro insieme suscitano sensazioni contraddittorie: se da un lato affascina la visione bucolica di Ezechiele, dall’altro la descrizione della fine dei tempi secondo San Paolo ci spaventa; d’altro canto ancora,
l’immagine del Cristo che siede in trono per giudicare se da un lato richiama l’uomo alle sue responsabilità preoccupa. Come abbiamo visto, il libro di Ezechiele proclama la signoria di un pastore l’unico in grado di applicare la
giustizia per il suo gregge, il popolo. Per il popolo ebraico vivere in un contesto di giustizia significava vivere lo shalom, la pace, rappresentabile come una condizione di assenza di bisogni primari, serenità, prosperità e pace da ogni guerra. Tale attesa trovava riposta in un solo pastore, Dio, e più tardi
in un suo messia. Quando Gesù, dopo la resurrezione viene da alcuni
riconosciuto come il messia indicato dalle scritture, la comunità applicò a lui anche le attese di prosperità e di pace. Per esplicitare questo passaggio di fede applicò al Gesù messia le categorie linguistiche che nella storia erano state usate per indicare l’avvento dello shalom. Tra tutte queste categorie ecco emergere quella del giudizio: Gesù, il Signore che torna alla fine dei tempi, è
una trasposizione di quel principio per cui il popolo che Dio si è scelto,
Israele prima e la Chiesa in continuità con Israele, è guidato da un giudice-pastore saggio che lo conduce allo shalom, alla pace e alla prosperità.
Ecco il giudizio ultimo: non tanto punizione per chi non crede (la dicotomia salvati/dannati, utile per la pedagogia dell’epoca, può essere oggi superata) quanto piuttosto compimento in Cristo per chi a lui si innesta come tralcio sulla vite, come pecora del suo gregge.

Per la preghiera e la riflessione
In che cosa consiste la pace vera per un cristiano? Come cerco di costruirla?