XXXIII domenica T.O. – Anno A – 15 Novembre 2020 (prof. Marco Forin)

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«Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi
e consegnò loro i suoi beni». (Mt 25,14).
Il padrone parte, non si sa perché, non si sa dove stia andando:
semplicemente se ne va, affidando il suo ingente patrimonio (un talento era
unità di peso, circa 36 kg) a tre suoi servi. Non dà loro alcuna indicazione su cosa debbano farne. Tra i vari aspetti che attirano la nostra attenzione, risaltavl’assoluta assenza di dettagli: dove è andato il padrone? I talenti erano di oro, di argento o di altro materiale? Perché ha dato i talenti a tre servi e non ad altri? Perché in modo così sproporzionato? Perché non ha dato indicazioni ai tre servi su cosa dovessero fare di quel capitale? I tre servi scelgono autonomamente come comportarsi: i due che mettono a frutto il patrimonio in
loro possesso lo raddoppiano, il terzo preferisce nascondere il denaro in una
buca sottoterra. Perché si son comportati così? Come hanno fatto a
raddoppiare? E’ stato faticoso oppure no? Ecco il cuore del racconto: il
padrone incontra i suoi servi.
Al primo chiede conto del suo operato durante la lunga assenza: il primo
servo presenta i talenti raddoppiati e così il secondo. Il dono che viene dal
padrone è messo a frutto e orgogliosamente reso al padrone. Il terzo servo teme il suo padrone e il suo giudizio; gli presenta il suo talento, restituito intatto. Ma quale rancore muove il padrone per punire così duramente il servo? Questi non gli ha rubato nulla, semplicemente non è stato capace di portare a frutto il suo dono. Forse non è tanto la paura della punizione che avrebbe dovuto muovere il servo a investire il suo talento quanto piuttosto il desiderio di custodire con cura ciò che gli era stato affidato.
Provando ad attualizzare il testo, noi ci troviamo (come i servi della parabola) ad essere responsabili di “talenti” senza necessariamente che ne sappiamo i motivi. Il mondo che ci circonda, la natura, i nostri affetti, le persone che incontriamo o anche le nostre doti naturali, sono tutti talenti che ci vengono affidati da uno sconosciuto disegno di amore. La stessa vita è un dono che ci
ritroviamo tra le mani senza sapere perché. Anche gli errori fanno parte di questo bagaglio, anche i difetti, anche le sofferenze – a volte crudeli. Come i servi della parabola possiamo reagire o nascondendo il nostro “talento” sotto terra oppure mettendolo a frutto. Così ogni incontro, ogni persona, ogni
esperienza, ogni dolore può essere da noi ignorato o vissuto come fonte di
significato e di vita. Similmente a quei servi noi partecipiamo alla
costruzione del nostro destino assumendo e interpretando con consapevolezza i doni che ci vengono fatti: vogliamo partecipare alla gloria di Dio?

Per la preghiera e la riflessione
Prendo in esame la mia esperienza di vita e cerco di riconoscere i talenti che mi sono stati affidati.