XXVII domenica T.O. – Anno A (prof. Marco Forin)

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«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna».
(Is 5,1).
La metafora della vigna viene utilizzata con molta frequenza nel testo biblico.
Il vigneto aveva nell’immaginario collettivo mediorientale una valenza
simbolica molto forte. Nell’antica Mesopotamia, ad esempio, la vite era
identificata come l’erba della vita e si pensi che il pittogramma con cui i
sumeri scrivevano la parola “vita” era una foglia stilizzata di vite. Le viti
erano segno di benessere, ricchezza, serenità, vita florida e piena.
Numerose volte nel testo biblico si usano le immagini della vite e del vigneto per indicare realtà spirituali oppure il popolo d’Israele oppure semplicemente come ambientazione di un episodio. Fermiamoci a due soli esempi. Il primo riguarda il vigneto come semplice ambientazione di una scena e lo incontriamo nel libro del Cantico dei Cantici: ad un certo punto la sposa invita il suo amato a recarsi con lei nelle vigne e lì gli promette le sue carezze. L’altro riferimento, meno romantico e più teologico, lo troviamo nella prima lettura di questa domenica in cui Isaia parla di una vigna piantata e ben curata che però ha smesso di dare uva buona fruttando solo acini acerbi.
Il riferimento è esplicito al popolo ebraico e nella fattispecie agli abitanti di Gerusalemme che si erano allontanati dal compiere le opere della legge così come prescritto nella Legge di Mosé. Il destino di quel vigneto sarà l’estirpo.
Gesù utilizza spesso le metafore bibliche del vigneto o della vite
arricchendole di nuovi significati rispetto all’Antico Testamento. Rielabora le immagini e le adatta al messaggio che intende veicolare: arriverà al punto di indicare sé stesso come vite e i suoi discepoli come tralci, in una delle più
audaci rappresentazioni del vangelo di Giovanni (Gv 15,1-8). Nel vangelo di
oggi si somma la carica positiva che caratterizza l’immagine della vigna a
quella negativa dei lavoratori disonesti che, anziché compiere il lavoro di cura e custodia del bene loro affidato, mirano ad impossessarsene con la
violenza. Soffermiamoci su due aspetti: il primo è relativo alla responsabilità del bene che viene affidato ai custodi. Costoro anziché prendersi cura del
bene prezioso che hanno tra le mani con il rispetto di chi sa che tratta
qualcosa che non gli appartiene, prevaricano il loro ruolo, presumendo di avere il diritto di abusarne. La seconda riguarda coloro che sono mandati dal padrone a richiamare i fattori al loro giusto ruolo: costoro ci fanno pensare a quelle persone che con le parole o con i fatti ci palesano le verità scomode, quelle che ci richiamano ai nostri doveri e ai nostri ruoli. Quanto è difficile ascoltare questi profeti!

Per la preghiera e la riflessione
Chi nella mia vita ha saputo richiamarmi ai miei compiti e ai miei doveri e a far luce sulla mia vita? Saprei esserlo io per qualcun altro