XXIV domenica T.O. – Anno A – 13 settembre 2020 (prof. Marco Forin)

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«Non ti dico fino a sette volte ma fino a settanta volte sette». (Mt 18,22).
Nelle sacre scritture, è risaputo, i numeri non sono mai semplicemente un
indicatore quantitativo bensì, molto frequentemente, un simbolo dietro il
quale si cela un preciso significato. Il numero sette, che troviamo nel detto di Gesù sul perdono in questa domenica, è indice di compiutezza e di perfezione e trova le sue radici bibliche nel racconto della creazione, mentre le radici cosmologiche vanno cercate nella suddivisione dei cicli lunari. Il sette, simbolo di perfezione, moltiplicato per se stesso, moltiplicato per dieci, nella
matematica biblica non fa 490 ma indica l’infinito, il per sempre, ogni
singola volta. Il perdono che Gesù chiede, obiettivamente, è impossibile. E’ letteralmente impossibile per un qualsiasi uomo, anche per i più santi sulla faccia della terra in ogni tempo, perdonare sempre le offese ricevute. Nellabsua domanda Pietro già offre il perdono sette volte e anche in questo caso il numero indica la qualità del perdono più che la quantità. Pietro è già molto
generoso ma Gesù va oltre e spiega il suo detto attraverso una parabola. Un
padrone condona un servo debitore che deve ripagargli una cifra enorme,
impossibile da restituire, equivalente a cento milioni di giornate lavorative di allora. Alla preghiera di pietà del servo debitore, il padrone gli condona il debito. Quegli non è però in grado di fare lo stesso nei confronti di un suo pari che ha nei confronti del primo servo un debito decisamente più esiguo.
La ritorsione del padrone nei confronti del primo servo con cui si chiude la parabola non va intesa tanto in funzione punitiva quanto piuttosto nella direzione di suggerire che il perdono non può essere donato se non si comprende che a nostra volta siamo stati perdonati. Accade anche per
l’amore: come esseri umani, ancor più mammiferi, la nostra capacità di amare
è legata a doppio filo con quanto siamo stati a nostra volta amati; così il perdono non può essere donato appieno se non si è compreso quanto e quante volte noi stessi siamo stati perdonati. Il servo non comprende quanto è grande il perdono del suo padrone e non è perciò in grado di donare il perdono a sua
volta. E’ questo il cuore della parabola: un invito a riconoscere di essere stati perdonati come il miglior modo per imparare a usare il perdono verso il prossimo. Naturalmente non è scritto da nessuna parte che sia facile perdonare e nemmeno Gesù arriva a dire tanto. A questo proposito si noti un piccolo dettaglio che spesso sfugge: nel Padre Nostro ci sono sette domande; la quinta domanda è relativa al perdono ed è l’unica che Gesù spiega nelle righe successive del Vangelo. Gesù lo sapeva bene: il perdono non è mai facile per l’uomo: l’unico modo per imparare a perdonare è capire quanto si è stati perdonati.

Per la preghiera e la riflessione
Riconosco la misericordia di Dio nella mia vita?