“Epifania. Nella luce dei Magi la speranza di tutti”. Gianfranco Ravasi* – sabato 4 gennaio 2020. Nel racconto di Matteo come in tutta la tradizione cristiana, l’Epifania ci presenta una rivelazione aperta a tutti, un incontro di salvezza al termine d’un cammino di ricerca.

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Era il 614 e la basilica di Betlemme, eretta attorno al 325-330 dalla madre di Costantino, Elena, e ristrutturata un paio di secoli dopo da Giustiniano, era assediata dal re persiano Cosroe che aveva già raso al suolo tutti gli edifici sacri cristiani della Terra Santa. Il sovrano stava già per ricorrere al fuoco e alle balestre quando s’accorse che sul frontone della basilica della Natività erano raffigurati alcuni personaggi vestiti proprio come lui: erano i Magi, che i bizantini avevano tratteggiato in abiti da cerimonia persiani. Quella chiesa fu così salvata ed è ancora oggi possibile visitarla penetrandovi per un’unica porticina detta simbolicamente “dell’umiltà”, ma forse più prosaicamente destinata a impedire ai cavalieri ottomani di accedere a cavallo nelle cinque navate dell’interno.

Il racconto di Matteo che riguarda i Magi (2,1-12) è sobrio, sebbene non privo di colpi di scena ed è tutt’altro che fiabesco, anche se la tradizione artistica e popolare successiva si è lasciata conquistare dalle sue componenti narrative. Pensiamo, ad esempio, alle innumerevoli Adorazioni dei Magi di pittori celebri e ignoti, oppure al bel romanzo di Michel Tournier Gaspare, Baldassarre e Melchiorre (1980), al film Cammina cammina di Ermanno Olmi (1983), alla ballata che Thomas S. Eliot dedicherà ai Magi nel 1927. Facile è, poi, ricorrere ai cosiddetti Vangeli apocrifi, che hanno inciso nella tradizione artistica. Uno di essi, lo Pseudo Matteo (VI secolo, ma su base più antica), scriverà: «I Magi offrirono ciascuno una moneta d’oro» al Bambino, ma aggiunsero un dono personale: Gaspare la mirra, Melchiorre l’incenso, Baldassarre l’oro. Si costituiva così la tradizione popolare dei tre Magi, con nomi precisi e, a causa dei doni e di un Salmo (il 72: «I re di Tarsis e di Saba offriranno tributi, a lui tutti i re si prostreranno»), furono dotati di dignità regale. Per non dire poi che in essi si tenterà di riassumere tutto lo spettro dei colori etnici, mentre le loro ipotetiche reliquie approderanno, attraverso complesse vicende, a Milano e a Colonia.

La fantasia pirotecnica degli apocrifi e delle tradizioni popolari, scontenta della sobrietà del Vangelo di Matteo, si è gettata alla ricerca (e spesso all’invenzione) di scene pittoresche. Il Protovangelo di Giacomo, del III secolo, si accontenta di fissare l’attenzione soprattutto sulla stella: «Abbiamo visto – confessano i Magi – una stella grandissima che splendeva tra tutte le altre stelle e le oscurava tanto che le stelle non apparivano più. La stella poi si è arrestata proprio in cima alla grotta». Della stella si interessa anche un altro apocrifo, L’infanzia del Salvatore, un testo scoperto in due versioni nel 1927 e databile attorno al VI secolo: «Ecco un’enorme stella che splendeva sulla grotta dalla sera al mattino; una stella così grande non era mai stata vista dall’inizio del mondo». Ma, nel prosieguo del racconto, l’autore in modo più raffinato si preoccupa di ricordarci che quella stella era in realtà «la parola di Dio ineffabile». []
Ancor più vivace è il Vangelo arabo dell’infanzia del V-VI secolo, che considera i Magi come discepoli di Zarathustrao (o Zoroastro), fondatore del mazdeismo iranico (VII secolo a.C.?), e li fa protagonisti di un delizioso apologo sulle fasce di Gesù Bambino: «La signora Maria prese una delle fasce del bambino e la diede loro in ricordo. Essi si sentirono onoratissimi di prenderla dalle sue mani». Rientrati nel loro Paese, durante una festa in onore del fuoco sacro, gettarono quella fascia nelle fiamme del grande falò rituale. Ma, spento il fuoco, ecco riapparire tra le ceneri la fascia intatta. «Presero, allora, a baciarla e a imporsela sulla testa e sugli occhi».

L’interesse per questi misteriosi personaggi è antichissimo e affonda le radici nelle origini della tradizione cristiana. Nelle catacombe romane di Priscilla i Magi appaiono negli affreschi (230-250) prima dei troppo normali e modesti pastori. Tra le molte domande, che possono affiorare a questo livello di curiosità, scegliamone due: da dove provenivano i Magi, e qual era la “loro” stella? Alla prima domanda il Vangelo di Matteo ci risponde con uno sbrigativo “giunsero da Oriente” e con la parola greca Magoi. Con questo termine si intendevano gli astrologi, gli astronomi, gli incantatori, gli aruspici, i maghi, personaggi quindi di varia attendibilità, ciarlatani e sapienti. Un orizzonte, perciò, molto vasto e generico. La provenienza “da Oriente” abbraccia un orizzonte culturale molto variegato. Nell’Antico Testamento il Libro di Daniele parla spesso di “magi” babilonesi (ad esempio 1,20; 2,2.10.26; 4,6: in quest’ultimo passo si parla di un Baltazzar “principe dei magi”). Effettivamente Babilonia aveva il primato nell’antico Vicino Oriente riguardo agli studi astronomici e astrologici. Là, anche ai tempi di Gesù, era presente una nutrita colonia giudaica che forse aveva trasmesso la sua attesa messianica anche ai “magi” babilonesi. Nella Bibbia, però, “i figli d’Oriente” sono molto spesso gli Arabi del deserto (Arabia e Siria) o i Nabatei, le cui carovane commerciavano in incenso e oro e le cui relazioni con Israele risalivano all’epoca di Salomone. Nel 160, lo scrittore cristiano Giustino affermava senza esitazione: «Andarono da Erode Magi provenienti dall’Arabia».

Ma è certo che l’evangelista vuole sorpassare il fatto storico e vuole far brillare significati ulteriori in questi uomini dell’Oriente giunti a Gerusalemme per «rendere omaggio al neonato re dei Giudei». La loro è la storia di un viaggio rischioso sul modello di quello di Abramo che «partì senza sapere dove sarebbe andato» (Eb 11,8). I Magi si fanno pellegrini della verità, come dirà lo stesso Cristo: «Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli, mentre i figli del Regno saranno cacciati fuori nelle tenebre» (Mt 8,11-12). Nella piccola processione dei Magi verso la luce Matteo vede la grande processione della Chiesa, «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Il secondo attore del racconto dei Magi è il segno cosmico della stella. Simbolicamente, sotto l’altare della Grotta della Natività a Betlemme, i francescani nel 1717 incastonarono una stella d’argento a quattordici punte, tante quanti sono gli anelli delle tre catene genealogiche di Gesù citate nel capitolo 1 di Matteo. Keplero, uno dei padri dell’astronomia moderna, non aveva esitazioni: la stella dei Magi era una supernova, cioè una stella debole e molto lontana, nella quale avviene una colossale esplosione. Per settimane o mesi la stella diventa visibile anche nel nostro cielo con una luce vivida e distinta da quella degli altri astri. Ma l’opinione più comune cerca nella stella dei Magi una cometa, soprattutto quella di Halley, la cui presenza nei cieli sembra documentata fin dal 240 a.C. in testi cinesi e giapponesi. Quando apparve nel 1911 nel cielo di Gerusalemme, il famoso biblista domenicano Marie-Joseph Lagrange, che allora risiedeva laggiù, la vide venire dall’Oriente, scomparire gradualmente quando fu allo zenit e “riapparire” più tardi quando tramontò a Occidente, proprio come è detto nel racconto di Matteo. Ma – e questo rende tutto dubbio – il calcolo astronomico del passaggio della cometa sul nostro orizzonte e su quello di Gerusalemme ha come data il 26 agosto del 12 a. C., cioè almeno sei anni prima della nascita di Gesù, che come è noto, è collocata convenzionalmente dagli esegeti attorno al 6 a.C. Ecco allora che altri studiosi si orientano verso una congiunzione di pianeti, in particolare quella tra Giove e Saturno avvenuta – sempre secondo i calcoli astronomici e i dati offerti da un papiro egiziano (la cosiddetta “tavola di Berlino”) e dall’”almanacco astrale” di Sippar (Mesopotamia) su tavoletta – nel 7 a.C. e precisamente il 29 maggio, il 29 settembre e il 4 dicembre.

Le ipotesi si affollano, ma lasciando sospesa l’identificazione concreta, seguiamo piuttosto il citato padre Lagrange: «Sulla stella di Betlemme ci può dire molto di più la teologia che non l’astronomia». Sappiamo infatti che a più riprese nella tradizione biblica e in quella giudaica la stella è un segno messianico. []
Il Cristo dell’Apocalisse, circondato da stelle, si autodefinisce: «Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino» (22,16). All’Epifania infatti la Chiesa prega così: «O Dio, in questo giorno con la guida della stella hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio: fa’, o Signore, che la tua luce ci accompagni sempre e in ogni luogo». Gli occhi dei Magi fissi alla stella sono il simbolo di tutti gli uomini che «cercano Dio andando quasi a tentoni», come affermava san Paolo nel discorso all’Areopago di Atene (Atti 17,27).

La processione dei Magi, che ha come approdo l’illuminazione della fede («Videro il Bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono», annota Matteo), diventa così un emblema che riassume in sé la speranza di un incontro di salvezza al termine del lungo cammino della ricerca, sostenuta dalla rivelazione cosmica della stella, una rivelazione a tutti aperta, e illuminata dalla parola esplicita delle Scritture custodite a Gerusalemme, ma purtroppo ignorate dai loro custodi. L’epifania divina che Luca destinava agli ultimi, i pastori, Matteo la riserva agli stranieri, i diversi rispetto al popolo dell’elezione che, pur rischiarato dal profeta Michea (5,1-3) su Betlemme patria del Messia, non si muove da Gerusalemme verso quel Bambino.

*cardinale, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

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