XXXII Domenica del Tempo Ordinario Anno C – 10 novembre 2019 (prof. Marco Forin)

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«[…] ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». (2 Mac 7,9).
La prima lettura di questa domenica è tratta dal libro dei Maccabei ed è una
delle pochissime attestazioni nell’Antico Testamento che fa riferimento al tema della resurrezione dei corpi. I libri dei Maccabei non sono considerati libri sacri nel mondo ebraico tuttavia gli Ebrei hanno in grandissima considerazione la storia della famiglia dei Maccabei e la loro rivolta contro Antioco IV fino alla riconsacrazione del tempio profanato, che celebrano ancora annualmente nella festa di Hanukkah. Il racconto di oggi pone l’accento sul coraggio di setti fratelli che, pur di non contaminarsi con gli usi impuri dei loro oppressori, scelgono di lasciarsi torturare fino al martirio
sicuri di una ricompensa più grande. Si tratta evidentemente di una racconto che per quanto possa avere radici storiche, rimane influenzato dalle tradizioni popolari che esaltano il coraggio dei giovani e della madre; tuttavia la fede nella resurrezione che emerge dalle parole e dalle gesta dei giovani paiono essere presenti nella cultura ebraica prima della venuta di Gesù. Anche il Vangelo riflette la credenza della resurrezione in un dialogo tra Gesù e i sadducei i quali gli fanno una domanda proprio su questo tema. I sadducei erano un gruppo religioso ebraico che non credeva alla resurrezione dei corpi diversamente dai farisei che invece la professavano. La domanda a Gesù
riguarda le modalità della resurrezione dei corpi, cosa avvenga esattamente in determinati casi: ci troviamo di fronte ad un tema complesso che i teologi di
tutti i tempi hanno cercato di risolvere con grandi difficoltà. La risposta di Gesù però è relativamente chiara: ci dice che il Dio dei padri non è (solo) il Dio del ricordo o della memoria dei defunti bensì il Dio dei viventi. Sul come avvenga la resurrezione nella sua concretezza Gesù tace ma dalle sue parole
emerge che l’uomo non è destinato a sparire nel nulla una volta morto nel suo corpo: l’uomo è destinato nella sua totalità di anima e corpo alla vita in Dio.
La scintilla di una fede di questo tipo è antica come l’uomo (è sufficiente studiare la storia dei popoli antichi per incontrarla) ma è solo con Gesù che assume i contorni precisi di una vita corporale di relazione con Dio: si configura un processo di continuità tra il presente nella corporeità e il futuro
in un corpo trasfigurato secondo la volontà di Dio per giungere in modo
anche fisico ad una profonda e definitiva comunione con Dio.

Per la preghiera e la riflessione
Spero nel Padre, Dio dei vivi e non dei morti, mi affido al Salvatore morto e risorto, prego lo Spirito Santo che accenda il mio desiderio di comunione intensa col Padre.