XXX Domenica del Tempo Ordinario Anno C – 27 ottobre 2019 (prof. Marco Forin)

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«O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti,
adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla
settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». (Lc 18,11).

Siamo di fronte ad una delle più famose parabole del Vangelo, quella del
fariseo e del pubblicano. E’ un testo che per la sua immediatezza rischia di
essere travisato: ci sono almeno due tipi di mistificazioni che appaiono
superficiali. Da un lato si può disprezzare il povero fariseo il quale seguiva
accuratamente tutto quello che diceva la Legge di Mosè. Anzi: faceva molto
di più! Oltre la ligia osservanza dei precetti della legislazione mosaica delle
opere di religione il fariseo moltiplicava i digiuni e le elemosine.
Provocazione: quest’uomo non è nel suo agire molto diverso dal devoto
cristiano che anziché limitarsi a frequentare la Messa di precetto domenicale
ci va tutti i giorni. Perché allora Gesù dice che quest’uomo non esce
giustificato dal Tempio? E’ peccato moltiplicare le opere di religione, la
preghiera, andare a Messa? Assolutamente no! Il problema sta nel cuore
dell’uomo, non nella sua devota pratica. L’evangelista ci fa notare che il
Fariseo si sente diverso e superiore sia agli altri uomini sia soprattutto al
pubblicano che è in fondo al tempio: l’errore del Fariseo sta nel presumere di
essere lui stesso a salvarsi in funzione delle sue opere e di giudicare gli altri
inferiori a lui. Non siamo noi a salvarci, è Dio che ci salva, sempre e solo lui,
con la sua grazia. Ricordiamo che l’unica volta in cui Gesù assicura il
paradiso a qualcuno è a un ladro, quello accanto a lui sulla croce.
All’estremo opposto, è superficiale pensare che Dio abbia comunque pietà
anche dei peggiori peccatori (qui rappresentati da un ebreo che riscuote le
tasse per connivenza col mondo romano) e che sarebbe meglio essere
peccatori che saranno poi comunque salvati piuttosto che devoti che non
escono giustificati da quella preghiera. Esiste una sana via di mezzo tra una
devozione smodata e una peccaminosità incallita. Direi però soprattutto che
ci sono due principi essenziali che emergono da questo testo: innanzitutto
non spetta all’uomo il giudizio, solo Dio salva, giudica i cuori,
(eventualmente) condanna. In secondo luogo la misericordia di Dio ha una
indubbia preferenza: quelli che umilmente abbassano il capo come fanno il
pubblicano o il ladrone i quali si riconoscono sinceramente piccoli nei
confronti di Dio e della sua misericordia.

Per la preghiera e la riflessione
Siamo responsabili delle nostre azioni ma la misericordia di Dio non dipende
da noi.