XXIII domenica T.O – 8 settembre 2019 (prof. Marco Forin)

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«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può
essere mio discepolo». (Lc 14,27).
Questa frase di Gesù viene spesso suggerita nella spiritualità cristiana
principalmente laddove si deve confortare qualcuno in particolare stato di sofferenza. Si evoca la necessità di affrontare quel dolore (=croce) come Gesù portò la croce verso il Calvario, con mitezza, umiltà di cuore, quasi con un senso di dolorosa e necessaria rassegnazione. Il messaggio che trapela da:una interpretazione di questo tipo non mi pare renda pienamente ragione al
testo nel suo contesto immediato e nel contesto più ampio del messaggio
evangelico. Se leggiamo i testi che seguono direttamente la frase sopra citata,:ci troviamo di fronte a due esempi molto evidenti: c’è un uomo che costruisce una torre che necessariamente è chiamato a farlo con perizia, c’è un re che:parte in guerra che deve valutare con accortezza le proprie forze e le proprie
capacità per non incorrere in una sconfitta clamorosa. Se è vero – come
dicono i grandi maestri biblici – che il contesto illumina il testo, possiamo provare a trovare una nuova lettura per il versetto di cui ci occupiamo.
Ci sembra che l’odierna sezione del capitolo 14 di Luca parli di costruzione di
un percorso di vita, di scelte, di assunzione di responsabilità nei confronti
della vita, verso cioè tutte esperienze che ciascun giorno sperimentiamo.
Questo passo evangelico sembra suggerire che l’esperienza cristiana è
caratterizzata da un lungo ma costante cammino di crescita in tutte le scelte
della nostra vita; a volte si tratta di passi importanti, a volte di semplici e:piccoli passi da compiere quotidianamente. Nella sequela di Gesù non sono:sufficienti le sole parole, nemmeno quelle delle pratiche devozionali (più:volte siano tornati su questo tema) ma è indispensabile un atteggiamento:interiore di ricerca del bene che si trasforma eticamente in atti di amore sulla scia del Maestro. Ecco cos’è la croce in questa accezione: non;necessariamente una fatica, un’angoscia, un’agonia (anche sa a volte capitano anche momenti di quel tipo nella vita): nel quotidiano è semplicemente la:serena disponibilità a calibrare il nostro vivere con gli occhi puntati verso il
Salvatore. Ecco allora che l’accento interpretativo della frase non si sofferma più tanto sulla sofferenza passiva di chi sopporta la croce in silenzio ma sulla dimensione attiva di chi quella croce (intesa come dicevamo prima in senso ampio, non solo di sofferenza) la porta, sceglie di viverla quotidianamente e
la trasforma in un atto di amore.

Per la preghiera e la riflessione
Chiedo allo Spirito Santo di illuminare la mia visione della quotidianità;riscoprendo il modo più amorevole per affrontare le sfide di ogni giorno.