XXII Domenica del T.O. – 1 settembre 2019 (prof. Marco Forin)

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«Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per
pranzare ed essi stavano a osservarlo». (Lc 14,1).
La pressione sociale che nel corso dei pochi anni di predicazione si è creata
intorno alla figura di Gesù non deve essere stata indifferente. I Vangeli ci raccontano numerose volte di situazioni in cui il Maestro è seguito da grandi folle, in alcuni casi migliaia di persone venute da ogni dove ad ascoltarlo.
In questo caso ci troviamo in un ambiente più ristretto, l’abitazione di un capo dei Farisei, ma la narrazione si arricchisce di un dettaglio molto interessante:
Luca scrive che le persone intorno a lui lo osservavano.
La maggior parte degli avventori di quel pranzo era appartenente ai gruppo religioso dei Farisei, uomini particolarmente severi nel seguire a puntino tutte le norme della legge ebraica, dal rispetto del sabato alle prescrizioni per la purità rituale, fino alle norme legate al consumo dei cibi.
I Farisei, maestri amati dal
popolo (questo non si dice spesso ma la loro serietà era apprezzata dai
contemporanei) osservano Gesù. Per quale motivo? Un motivo potrebbe
certamente essere il tentativo di coglierlo in errore in relazione all’osservanza di tutte quelle leggi di cui scrivevo poc’anzi. Gesù, abitualmente e non solo nel contesto di oggi, scardina le consuetudini dei suoi interlocutori, causando in loro stupore quando non addirittura risentimento. Noi, che siamo stati abituati fin dai primi anni di catechismo all’idea che i Farisei
fossero uomini perfidi che cercavano solo di incastrare Gesù, mille volte ci comportiamo come loro: usiamo cioè il nostro sguardo di osservatori per
giudicare le opere degli altri. Gesù crea scompiglio nel mondo religioso di
allora, esattamente come in tutta la storia religiosa del mondo i profeti hanno portato rottura con le pratiche sclerotizzate delle religiosità di superficie. Se però scendiamo nella profondità del significato di quella parola che troviamo all’inizio del Vangelo di oggi, “osservare”, forse possiamo intendere in essa una nuova accezione, un nuovo modo per capire: anziché osservare il mondo che ci circonda come se fossimo i primi della classe pronti ad esprimere giudizi come i Farisei di allora su Gesù, lo osservassimo con l’umiltà che lo
stesso vangelo di oggi propone – come cioè coloro che si pongono al fondo
del tavolo e non ai primi posti – certamente le prospettive cambierebbero e, probabilmente, potremmo essere un poco più vicini a quello spirito di profonda carità e empatia che Gesù propone con le parole e l’esempio fino al dono estremo della vita.

Per la preghiera e la riflessione
Chiedo insistentemente di essere capace a cambiare il mio modo di osservare
il mondo: non più per giudicare ma per imparare e amare.