XV domenica del Tempo Ordinario – 14 luglio 2019 (prof. Marco Forin)

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«Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica». (Dt 30,14).
Per la riflessione di oggi prendiamo spunto da questo breve versetto con cui conclude la prima lettura; tratto dal libro del Deuteronomio, suggerisce al lettore una riflessione sul modo in cui è necessario approcciarsi ai comandi di Dio. L’intero libro del
Deuteronomio è una raccolta di leggi che, secondo la tradizione, Dio avrebbe consegnato direttamente a Mosè sul monte Sinai assieme agli altri quattro libri che compongono il Pentateuco. Proprio in un libro di leggi troviamo questa breve
indicazione sul come si devono osservare le leggi. Il primo elemento che colpisce è che si dica che la legge divina è vicina all’uomo e questo può essere visto in due direzioni:
da un lato è una legge fatta per l’uomo e quindi commisurata a lui e proporzionata ai
suoi bisogni,
d’altro canto si tratta di una legge data all’uomo per il suo bene e la sua
evoluzione spirituale.
Dunque la parola di Dio modellata come forma di comandamento o legge non è mai un’imposizione a fronte della quale esiste solo la punizione: si tratta piuttosto di una proposta – codificata nel tempo in formule sintetiche – per il bene dell’uomo. L’assolutezza di ogni regola, di ogni parola di Dio sotto forma di comandamento passa in secondo piano rispetto al contenuto della legge di Dio, questo sì, fonte di profonda salvezza e realizzazione per l’uomo.
Un secondo interessante spunto si può ricavare dall’espressione “è nella tua bocca e nel tuo cuore”. Diversamente da noi occidentali dove il cuore è simbolico per indicare i sentimenti, nel mondo ebraico indica la dimensione volitiva dell’uomo, la consapevolezza e la scelta di voler operare; la bocca invece è il luogo della proclamazione in cui i pensieri di un essere umano emergono pubblicamente. Ecco allora che i due aspetti della volontà dell’agire e della schiettezza nel proclamare le leggi di Dio caratterizzano la reazione dell’uomo di fronte al comandamento. Ancora una
volta notiamo come il comandamento dovrebbe suscitare cambiamento nel modo di vivere dell’uomo che agisce e proclama la profondità del suo essere e della sua fede.
La liturgia pone sapientemente queste riflessioni sulla legge a fianco della parabola del buon Samaritano.
Si noti bene che il sacerdote e il levita che evitano il malcapitato non
sono dei “cattivi” a prescindere, anzi: rispettano al cento per cento la legge ebraica che
afferma chiaramente che i cadaveri e il sangue rendono impuri (l’uomo sembrava morto e probabilmente era sporco di sangue). Il levita e il sacerdote rispettano la legge alla
lettera ma non ne colgono lo spirito profondo che non sta nelle parole della formulazione leguleia ma nel senso globale ben enunciato dal dottore dalla legge che si reca da Gesù:
«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso».
Una conclusione, un po’ azzardata: potremmo essere i cristiani più devoti e rispettosi delle regole del cattolicesimo ma se nel farlo perdiamo di vista l’amore di Dio e per il
prossimo non siamo molto distanti da quei due, il levita e il samaritano, che passano dall’altra parte, fieri della loro devozione.

Per la preghiera e la riflessione
Cosa significa per me il rispetto delle leggi religiose?