II Tappa – Quaresima 2019

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“Verso Gesù risorto” CINQUE TAPPE IN PREPARAZIONE ALLA PASQUA
2^ TAPPA

« PREGHIERA » Preghiamo  Salmo 5
Tu non sei un Dio che del male si goda, non può essere il malvagio tuo ospite. RIT.
Io invece entrerò nel tuo tempio  portato dal grande tuo amore: mi prostrerò nella santa tua casa, con timoroso e umile cuore. RIT.
Il giusto tu benedici, Signore: e dentro lo cinge una corazza d’amore.  RIT.

Dalla lettera pastorale

In ascolto della Parola
Dal Vangelo secondo Marco (14,32-42) Gesù e i Dodici giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Parola del Signore

Dentro la Parola   Riflettiamo sotto la guida del catechista
INTRODUZIONE Nel vangelo di Marco il brano della preghiera di Gesù nel Getsèmani – riportato anche nel vangelo di Matteo e Luca – è particolarmente significativo. Gesù si avvia al monte degli
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Ulivi, dopo l’Ultima Cena, mentre sta pregando insieme con i suoi discepoli. Scrive l’evangelista Marco: “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi” (Mc 14,26). Si allude probabilmente al canto di alcuni Salmi dell’Hallèl con i quali si ringrazia Dio per la liberazione del popolo dalla schiavitù e si chiede il suo aiuto per le difficoltà e le minacce sempre nuove del presente. Giunti al podere sul monte degli Ulivi, anche quella notte Gesù si prepara alla preghiera personale. Dopo l’invito a restare e a vegliare in preghiera rivolto ai tre discepoli che ha voluto con se, Gesù “da solo” si rivolge al Padre. L’evangelista Marco scrive che Egli “andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora” (Mc 14,35). Il racconto si sviluppa su un alternanza di scene e opposizioni tra i discepoli e Gesù: seduti/gettato a terra, dormire/vegliare, debole/pronto, carne/spirito, mia/tua volontà. I discepoli, seduti, dormono nella debolezza della carne, chiusi nella loro volontà; Gesù, prostrato a terra, veglia e prega nella forza dello Spirito, compiendo il passaggio dalla volontà propria a quella del Padre. La vera lotta dell’uomo è con Dio, che, dopo il peccato, non è più conosciuto come Padre, bensì temuto come antagonista. La fede è il travaglioso passaggio dalla “mia” alla “sua” volontà, nella resa al suo amore in cui credo al di là di tutte le mie paure. In questa notte sono tutte le nostre notti; dopo questa “notte” non c’è più notte: la luce del Figlio è entrata in tutte le nostre tenebre.
NON CIO’ CHE VOGLIO, MA CIO’ CHE VUOI TU L’agonia nell’orto del Getsèmani è la finestra sull’io più intimo di Gesù. Le sue stesse parole ci aprono al suo rapporto di Figlio col Padre, proprio nel momento decisivo della sua vita. Gesù prova tristezza e angoscia. I discepoli ne sono rimasti colpiti. Pur con gli occhi che ostinatamente si richiudono, non hanno potuto dimenticare: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedeck” (Eb 5,7-10); “fu esaudito” non nel senso che egli sia stato sottratto alla morte fisica, ma è stato sottratto al suo potere e Dio ha trasformato questa morte in un esaltazione di gloria. “Con forti grida e lacrime” sono parole che esprimono tutta l’umanità di Gesù, e la sua fatica di essere uomo. Non è un eroe che muore cantando; come noi sente tutto il peso della nostra natura. Dirà ancora la Lettera agli Ebrei: “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prender parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4,15-16). Nell’orto del Getsèmani Gesù è dinanzi ad un’alternativa: salvare la propria vita o perderla, scegliere fra la propria volontà o la volontà del Padre e, nell’ora decisiva, Gesù sceglie ancora il dono di sé e la volontà del Padre e si rimette nelle sue mani con una confidenza infinita. Nell’orto Gesù prega: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). In questa preghiera, che si ripete per tre volte, ci sono tre passaggi importanti. All’inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: “Abbà! Padre!” (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di familiarità, di fiducia e di abbandono. E’ significativo che sia questa l’unica volta nei Vangeli in cui è conservata la forma aramaica confidenziale “Abbà” – “papà”, “babbo” – nell’invocazione del Padre! Nella parte centrale della preghiera troviamo: la
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consapevolezza dell’onnipotenza del Padre: “tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!”. Infine c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: “Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36c). Figlio è colui che compie la volontà del Padre. Nell’unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà.
I DISCEPOLI Molte volte Gesù si ritirava in disparte dalla folla e dagli stessi discepoli, sostando “in luoghi deserti” (cfr Mc 1,35) o salendo “sul monte” (cfr Mc 6,46), dice l’evangelista Marco. Al Getsèmani, invece, egli invita Pietro, Giacomo e Giovanni a stargli più vicino, l’evangelista Marco scrive: “Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (Mc 14,33-34); sono i discepoli che ha chiamato ad essere con Lui sul monte della Trasfigurazione (cfr Mc 9,2-13). Questa vicinanza dei tre durante la preghiera al Getsèmani è significativa. Anche in quella notte Gesù pregherà il Padre “da solo”, perché il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è il rapporto del Figlio Unigenito. Gesù però, pur giungendo “da solo” nel punto in cui si fermerà a pregare, vuole che almeno tre discepoli rimangano non lontani, in una relazione più stretta con Lui; vicinanza spaziale e vicinanza nella preghiera, per esprimere, in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui si appresta a compiere fino in fondo la volontà del Padre ed esserene testimoni; ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel cammino della Croce. “Poi venne, li trovò addormentati”, Gesù li trova che dormono. Gesù è lasciato solo, tremendamente solo davanti al suo futuro, come probabilmente avviene nelle scelte fondamentali di tutti: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?” (Mc 14,37). I discepoli sono vicini e lontani da lui: loro sono qui, seduti; lui è là, con il volto a terra. Sono vicini e lontani come chi dorme e chi prega, chi chiude gli occhi e chi veglia nella notte, chi si ripiega su se stesso e chi si rivolge al Padre, chi è prigioniero della carne e chi ha la forza dello Spirito, chi resta schiavo delle proprie paure e chi fa la volontà del Padre.
VEGLIATE E PREGATE “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. Queste sono parole che Gesù, durante l’agonia nel Getsèmani, ha rivolto a Pietro, Giacomo e Giovanni quando li ha visti sopraffatti dal sonno. Queste parole oltre ad essere una raccomandazione rivolta da Gesù ai discepoli, sono una indicazione del suo stato d’animo, cioè del “modo” con cui Egli si prepara alla prova. Di fronte alla passione imminente, Egli prega, con tutte le forze del suo spirito, lotta contro la paura e l’orrore della morte, si getta nell’amore del Padre per essere fedele fino in fondo alla sua volontà ed aiuta i suoi discepoli a fare altrettanto. Il consiglio della “vigilanza” ricorre spesso sulle labbra di Gesù. Vigilare per Lui vuol dire non lasciarsi mai vincere dal “sonno” spirituale, tenersi sempre pronti ad andare incontro alla volontà di Dio, saperne cogliere i segni nella vita di ogni giorno, soprattutto saper leggere le difficoltà e le sofferenze alla luce dell’amore di Dio.
PREGHIERA La preghiera “è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il cielo, è un grido di riconoscenza e di amore nella prova come nella gioia” (S. Teresa di Gesù Bambino). La preghiera è “incontro”, “relazione, è “dialogo” fatto di parole, ascolto e silenzi, ed è anche “azione”.
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La preghiera non consiste soltanto nel dire “Signore”, “Signore”, ma nel disporre il cuore a fare la volontà del Padre (Catechismo Chiesa Cattolica 2611). La preghiera si unisce alla veglia. Si prega da svegli, non da dormienti. Si prega per vedere in faccia la realtà e per decidere la propria azione. La preghiera è indispensabile per vincere la prova. Gesù, secondo il suo cuore d’uomo, ha imparato a pregare da sua Madre e dalla tradizione ebraica, ma non solo, la sua preghiera sgorga da una sorgente più segreta, poiché è il Figlio eterno di Dio che, nella sua santa umanità, rivolge a suo Padre la preghiera filiale perfetta (Compendio del Catechismo n. 541). Il vangelo mostra spesso Gesù in preghiera. Lo vediamo ritirarsi in solitudine, anche la notte. Prega prima dei momenti decisivi della sua missione o di quella degli apostoli. Di fatto, tutta la sua vita è preghiera, poiché è in costante comunione d’amore con il Padre. Il suo ministero pubblico è intervallato da frequenti ritiri, soprattutto durante la notte o al mattino presto, per pregare: “in luoghi deserti”, “in disparte”, “da solo”, “sul monte”, e prega nei momenti salienti della sua missione: Gesù prega al momento del battesimo (cfr Lc 3,21-22); prega prima di scegliere i Dodici (cfr Lc 6,12-13); prega alla trasfigurazione (cfr Lc 9,28-29); prega prima della Passione (Gv 17); dichiara di aver pregato per Pietro, prima della passione, perché la sua fede non venga meno (cfr Lc 22,32); pregherà il Padre perché mandi un altro Paràclito ai discepoli perché rimanga con loro per sempre (Gv 14,16); al Getsèmani la sua preghiera è di una speciale intensità (cfr Mc 14,32-41; Lc 22,39-46; Mt 26,36-46); infine, Gesù prega sulla croce, invocando dal Padre il perdono per i suoi carnefici (cfr Lc 23,34) e consegnando con fiducia il proprio respiro nelle sue mani (cfr Lc 23,46; Sal 31,6). Quella di Gesù è una preghiera personalissima in cui egli si rivolge a Dio chiamandolo “Papà”, con la sfumatura di particolare intimità insita nel termine aramaico “Abbà” (Mc 14,33); questa “adesione umile e fiduciosa della sua volontà umana alla volontà piena d’amore del Padre” (CCC 2600) è la porta d’accesso al mistero della sua personalità, tutto sotto il segno della filialità nei confronti del Padre amato. E a Gesù che prega con insistenza e perseveranza il Padre risponde entrando con lui in un dialogo d’amore: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (Sal 2,7; Eb 1,5; cfr Mc 1,11), parole che trovano nell’oggi della resurrezione il loro compimento definitivo (cfr At 13,32-33). Gesù dice ai discepoli di vegliare e pregare per non entrare in tentazione; è necessaria la preghiera perché due sono le tentazioni a cui siamo maggiormente esposti nel momento della prova: da un lato la presunzione di cavarcela da soli; dall’altro il sentimento opposto, cioè il timore di non farcela, quasi che la prova sia superiore alle nostre forze. Gesù, invece, ci assicura che il Padre celeste non ci lascerà mancare la forza dello Spirito Santo, se vigiliamo e glielo chiediamo con fede (Mt 8,10; Mt 15,28) e audacia filiale (Mc 9,23; Mc 11,24), con umiltà (Lc 18,9-14) e perseveranza (Lc 11,5-13; Lc 18,1-8), con adesione a Lui al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo. Nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani, e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi come un “bambino” in braccio al Padre che si rivolge a Lui, certo che Egli provvederà.
A tu per tu
Spazio Junior (dedicato alle nuove generazioni)
Facciamoci in quattro Un proposito per la nostra Quaresima