Il Vangelo della domenica -Riflessione del prof. Marco Forin

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«Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in
mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito». (Is 6,4).
«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». (Lc 5,8).
Nelle letture di questa domenica incontriamo due personaggi molto
importanti nella storia biblica, accomunati da una simile esperienza di
vocazione. Nella prima lettura Isaia viene chiamato ad essere profeta di Dio
attraverso un’esperienza di visione intensissima, potente, che coinvolge le
schiere celesti e manifesta una potenza sovrumana: è una teofania in cui Isaia
riconosce la presenza di Dio.
Pietro, dopo un’intera notte di pesca infruttuosa, viene invitato da Gesù a
gettare nuovamente le reti; dopo averlo fatto e averle raccolte – questa volta
colme di pesci – Pietro si spaventa e si rende conto che quel Gesù è qualcosa
di più di un semplice uomo.
Isaia e Pietro sono stupiti e impauriti. Entrambi si sentono piccoli di fronte al
clamore di quelle rivelazioni che, per quanto differenti, manifestano una
potenza ampiamente superiore a qualunque forza umana. Sono impuro e
peccatore, queste le parole che escono dalle loro labbra; percepiscono di
essere piccoli e spaventati. Dalla paura di Isaia e Pietro si genera la
consapevolezza dei propri limiti, dei propri errori, delle proprie mancanze.
Il timore generato dalle incommensurabili esperienze che vivono scatena nei
loro cuori la percezione di essere limitati e ne fanno ammenda, lo gridano a
gran voce; entrambi abbassano gli occhi e ammettono umili e fermi: “di
fronte a Te nulla sarà mai abbastanza”.
Questo atto di profonda umiltà vale agli occhi di Dio come il più ricco dei
tributi, la vittoria contro il guerriero più valoroso, l’arringa più convincente.
In entrambi i casi quel riconoscimento di umiltà, è generato dall’assunta
consapevolezza di essere incompleti e mancanti. D’altro canto tutto ciò fa sì
che Dio stesso riconosca ad Isaia la forza della profezia e a Pietro la dignità
di primo tra gli apostoli.
«Quando sono debole è allora che sono forte» scrive san Paolo (2 Cor
12,10). Tanto più sincero sarà il riconoscerci umili di fronte a Dio quanto più
generoso sarà il manifestarsi del suo progetto profetico su di noi.
Per la preghiera e la riflessione
Prego e chiedo la luce per riconoscere i miei limiti, certo che, riconoscendoli
di fronte a Dio, potrà manifestarsi la sua forza e il suo progetto su di me.
V domenica anno C – 10 febbraio 2019
«Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in
mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito». (Is 6,4).
«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». (Lc 5,8).
Nelle letture di questa domenica incontriamo due personaggi molto
importanti nella storia biblica, accomunati da una simile esperienza di
vocazione. Nella prima lettura Isaia viene chiamato ad essere profeta di Dio
attraverso un’esperienza di visione intensissima, potente, che coinvolge le
schiere celesti e manifesta una potenza sovrumana: è una teofania in cui Isaia
riconosce la presenza di Dio.
Pietro, dopo un’intera notte di pesca infruttuosa, viene invitato da Gesù a
gettare nuovamente le reti; dopo averlo fatto e averle raccolte – questa volta
colme di pesci – Pietro si spaventa e si rende conto che quel Gesù è qualcosa
di più di un semplice uomo.
Isaia e Pietro sono stupiti e impauriti. Entrambi si sentono piccoli di fronte al
clamore di quelle rivelazioni che, per quanto differenti, manifestano una
potenza ampiamente superiore a qualunque forza umana. Sono impuro e
peccatore, queste le parole che escono dalle loro labbra; percepiscono di
essere piccoli e spaventati. Dalla paura di Isaia e Pietro si genera la
consapevolezza dei propri limiti, dei propri errori, delle proprie mancanze.
Il timore generato dalle incommensurabili esperienze che vivono scatena nei
loro cuori la percezione di essere limitati e ne fanno ammenda, lo gridano a
gran voce; entrambi abbassano gli occhi e ammettono umili e fermi: “di
fronte a Te nulla sarà mai abbastanza”.
Questo atto di profonda umiltà vale agli occhi di Dio come il più ricco dei
tributi, la vittoria contro il guerriero più valoroso, l’arringa più convincente.
In entrambi i casi quel riconoscimento di umiltà, è generato dall’assunta
consapevolezza di essere incompleti e mancanti. D’altro canto tutto ciò fa sì
che Dio stesso riconosca ad Isaia la forza della profezia e a Pietro la dignità
di primo tra gli apostoli.
«Quando sono debole è allora che sono forte» scrive san Paolo (2 Cor
12,10). Tanto più sincero sarà il riconoscerci umili di fronte a Dio quanto più
generoso sarà il manifestarsi del suo progetto profetico su di noi.
Per la preghiera e la riflessione
Prego e chiedo la luce per riconoscere i miei limiti, certo che, riconoscendoli
di fronte a Dio, potrà manifestarsi la sua forza e il suo progetto su di me.