La carovana dei migranti centroamericani: perché partono e dove vanno?

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29 dicembre 2018

Quali sono le responsabilità dei Paesi, Stati Uniti soprattutto, che alzano muri senza fare un minimo di autocritica sulle loro politiche, remote e recenti? Proviamo a dare qualche risposta attraverso chi lavora con bambini e giovani in Honduras, cercando di strapparli alle bande criminali, le maras e le pandillas. Jorge Valladares è uno dei maggiori esperti di diritti dell’infanzia del continente. In passato ha lavorato per le Nazioni Unite e ora dirige il progetto “Futuros Brillantes” che l’ong World Vision ha avviato nei Paesi del Centroamerica: “I migranti centroamericani della famosa carovana – dice al Sir – corrispondono alla media di cinque mesi di partenze, stando ai dati degli ultimi anni”. Insomma, la carovana rappresenta un picco dentro un fenomeno consolidato e comunque impressionante. Da cosa scappano, dunque, i migranti honduregni?

La carovana dei migranti centroamericani, da un mese ormai bloccata e in parte dispersa a Tijuana, al confine tra Messico e Stati Uniti, ha avuto sicuramente un effetto: quello di portare all’attenzione del mondo i Paesi del Centroamerica. Honduras, soprattutto, e poi El Salvador e Guatemala: Paesi poverissimi, probabilmente i più violenti del mondo, senza futuro per ragazzi e giovani. Se le domande di media e osservatori si sono incentrate in questi mesi sull’esito della carovana, la questione che bisognerebbe invece porsi è: perché partono? Perché la carovana rappresenta solo il picco di un esodo continuo? Quali sono le responsabilità dei Paesi, Stati Uniti soprattutto, che alzano muri senza fare un minimo di autocritica sulle loro politiche, remote e recenti?
Proviamo a dare qualche risposta attraverso chi lavora con bambini e giovani in Honduras, cercando di strapparli alle bande criminali, le maras e le pandillasJorge Valladares è uno dei maggiori esperti di diritti dell’infanzia del continente. In passato ha lavorato per le Nazioni Unite e ora dirige il progetto “Futuros Brillantes” che l’ong World Vision ha avviato nei Paesi del Centroamerica: “I migranti centroamericani della famosa carovana – dice al Sir – corrispondono alla media di cinque mesi di partenze, stando ai dati degli ultimi anni”. Insomma, la carovana rappresenta un picco dentro un fenomeno consolidato e comunque impressionante. Da cosa scappano, dunque, i migranti honduregni?

Bande “allevate” nei ghetti degli Usa. Dalla violenza, sicuramente. Spiega Vallarares, che conosce bene le maras e le pandillas: “Fin dagli anni Ottanta del secolo scorso le guerre civili in atto in Centroamerica hanno provocato una forte emigrazione negli Usa.

Qui però si sono formati dei ghetti e dalla mancata integrazione sono nate le prime bande.

Per esempio la famigerata Mara Salvatrucha, formata da salvadoregni, è nata a Los Angeles, altre nelle periferie di Houston, o New York. Possiamo dire che esse sono nate da un primo, metaforico ‘muro’, quello della discriminazione. Poi sono iniziate le deportazioni di massa, a fine anni Novanta. I giovani tornavano in Honduras o in Salvador pieni di tatuaggi, con esperienze criminali… La pandillas e le maras si sono radicate così e hanno inserito i nostri Paesi nei circuiti della criminalità internazionale”.

8 bambini su 10 sono poveri. Povertà ed esclusione sociale sono in Honduras a livelli record. “Il 78% dei bambini vive in situazione di povertà, secondo l’Unicef – dice Valladares -. Il 25% dei ragazzi non studia e non lavora. Il 30% delle ragazze sotto i 19 anni ha già avuto almeno una gravidanza”. Altri numeri eloquenti vengono portati al Sir da Yolanda Gonzáles, referente della Rete gesuita per i migranti, collegata a Radio Progreso: “900mila bambini non hanno accesso all’istruzione, ogni mesi vengono assassinati 60 giovani, il 65% della popolazione è disoccupata oppure vive di piccoli lavori”. Povertà e violenza sono un circolo vizioso, dal quale pare impossibile uscire: reclutamenti forzati, abusi e violenze, sono all’ordine del giorno.

Le contraddizioni degli Usa. Tutto questo accade anche per precise responsabilità della politica nazionale e internazionale, prosegue Gonzáles: “La ricchezza è detenuta da un numero ridottissimo di persone, il Paese è depredato delle sue risorse, la corruzione e l’impunità sono a livelli altissimi, l’83% delle denunce non porta neppure all’avvio di indagini, il presidente Hernández è stato eletto grazie a quella che è stata ritenuta una frode elettorale”.

Quanto agli Stati Uniti, più che farsi un esame di coscienza, “dovrebbero rivedere completamente le politiche degli ultimi anni, dall’appoggio al colpo di stato del 2009 all’appoggio dato a Hernández e alle sue scelte”.

Più che pensare a costruire muri, bisognerebbe invece tendere la mano con serie politiche di aiuto e sostegno. Da questo punto di vista, una speranza viene dal nuovo presidente del Messico Andrés López Obrador, che come primo atto ha firmato un accordo di cooperazione con Honduras, Guatemala ed El Salvador.

Progetti educativi. Intanto, in una situazione di questo tipo, si continua a migrare: “Conosciamo i loro volti, sono persone a noi vicine”, dicono all’unisono Gonzáles e Valladares, che con le loro organizzazioni cercano di promuovere comunque educazione e sviluppo sociale: “Con World Vision promuoviamo progetti di salute ed educazione, cerchiamo di prevenire il lavoro giovanile e di dare invece un futuro professionale ai giovani, promuovendo l’economia familiare, piccoli progetti imprenditoriali”, dice Valladares, che aggiunge: “Devo dire che è fondamentale la presenza di associazioni religiose e delle Chiese, le uniche ad avere scuole e leader sociali”. “Bisogna distinguere tra dimensione micro e macro – conclude Gonzáles -. Per quanto riguarda la prima, il punto chiave è l’accesso all’educazione e su quello lavoriamo, per evitare il reclutamento delle bande e dare un futuro ai giovani attraverso la formazione professionale. Resta la dimensione macro, cioè arrivare a un diverso modello politico ed economico”.