Intervista a Mons. Luigi Testore, nuovo Vescovo della Diocesi di Acqui

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  • In una Diocesi con tante parrocchie e pochi sacerdoti, molti dei quali avanti nell’età, che strategie si possono attuare per mantenere il tessuto comunitario vivo e partecipe?

Non c’è dubbio che nell’attuale situazione – e questo vale naturalmente non solo per la Diocesi di Acqui, ma per gran parte della Chiesa Universale  – sia necessario e opportuno interrogarsi su questo tema e cercare delle strade nuove per l’attività pastorale. So che già ora molti parroci hanno più parrocchie, ma c’è indubbiamente il rischio di sovraffaticare i preti nel farli correre da un luogo all’altro. Bisogna perciò fare una riflessione molto approfondita: ci si può chiedere per esempio se sia meglio lasciare un prete solo con più parrocchie, oppure creare una piccola comunità di preti, che collaborando insieme e aiutandosi reciprocamente possano meglio servire anche un territorio più vasto. In un contesto di questo tipo, con una pastorale più integrata è forse possibile trovare anche qualche maggiore collaborazione con diaconi, religiosi e laici.

  • Leggendo le statistiche vediamo che sono sempre più ridotti i matrimoni cristiani. Quali prospettive Lei vede per la pastorale familiare e pensa che possa esserci un nesso con la pastorale giovanile?

Personalmente credo molto nella pastorale giovanile ed è una attività che mi ha impegnato un po’ in tutto il corso della mia vita sacerdotale. Occorre trovare delle modalità concrete per coinvolgere i giovani nella vita ecclesiale e dare loro delle occasioni di formazione e riflessione che aiutino a maturare  le loro scelte di vita. E’ vero che nel contesto culturale attuale sembra difficile fare scelte definitive, ma l’esperienza mi insegna che non è certo impossibile.   Anche dei semplici incontri di preparazione al matrimonio possono diventare occasioni molto importanti. Anche la presenza di qualche gruppo familiare, che aiuti il cammino delle giovani famiglie può essere una esperienza significativa. Penso che le comunità cristiane non debbano certo scoraggiarsi di fronte alle fatiche attuali, ma possano cogliere quanto sia importante la loro testimonianza.

  • Come vede Lei il ruolo dei laici nella Chiesa. Che tipo di apporto possono dare? In che modo possono essere maggiormente coinvolti?

Bisogna partire dal presupposto ovvio che la Chiesa è la comunità dei fedeli. Ci si è abituati nel corso degli ultimi secoli ad enfatizzare eccessivamente il ruolo dei preti e anche nei fedeli si è creata una sorta di dipendenza dal clero.  Sembra quasi che non si possa fare nulla senza la presenza di un ministro ordinato. E’ forse allora importante scoprire di più la Chiesa come popolo di Dio, dove ogni carisma è essenziale alla crescita dell’insieme. Questo non significa in nessun modo svilire il ruolo di chi è chiamato al ministero della Parola e della presidenza, ma vuol dire che ciascun cristiano ha un compito essenziale nella comunità. Pensiamo per esempio al ruolo di chi è chiamato a collaborare per la catechesi dei bambini e dei ragazzi, ma anche al compito di consigliare che favorisce la sinodalità sia a livello pastorale che nella gestione economica delle nostre comunità.

  • Lei che, tra l’altro, ha vissuto importanti esperienze nel mondo scautistico, come vede il ruolo dell’associazionismo nella nostra Diocesi?

La presenza di associazioni come l’Azione Cattolica o gli Scout può aiutare molto il cammino di una comunità perché offre strumenti specifici di formazione e favorisce proprio una assunzione di responsabilità da parte dei laici. E’ poi compito dei preti lasciare loro la giusta autonomia, non pretendere che una associazione laicale sia totalmente inglobata e messa  a servizio della attività parrocchiale, ma lasciare anche il giusto spazio alle iniziative  più direttamente legate allo spirito della associazione. In un tempo come il nostro occorre dare molto spazio alla formazione delle persone e le associazioni possono diventare un supporto essenziale in quella direzione.

  • Dopo i problemi economici che hanno coinvolto la nostra Diocesi, è possibile dare una prospettiva pastorale ai percorsi economici diocesani?

Ci sono stati dei problemi nella gestione economica, ma direi che ora non vanno eccessivamente sottolineati. Certo una gestione sana e trasparente sia a livello delle parrocchie, sia, a maggior ragione, a livello diocesano è cosa molto importante. I beni economici sono necessari alla vita della Chiesa perché occorrono adeguate risorse per sostenere l’attività pastorale e caritativa e va naturalmente evitato ogni spreco e ogni errore che possa nuocere alla serena vita della comunità. Sono certo pertanto che una rinnovata attenzione su questi temi possa avere anche dei risvolti significativi sulla vita pastorale della  Chiesa locale.